Dettagli. Strette inquadrature. Branchie. Viscere. Gesti sapienti condotti da sapienti mani. Sono quelle del Maestro Chu, cuoco straordinario, capace di tramutare ogni pietanza in un tripudio di colori e combinazioni di sapori. Vedovo, padre di tre figlie, tutte con vite sentimentali complicate, per le quali, ogni  rigorosa domenica, prepara deliziosi banchetti. Banchetti che nel tempo diventano riti che stancamente si rinnovano a tavola. Una tavola diventa il luogo del sapore e del confonto, della comunicazione e della frattura.

L’acqua bolle, l’olio frigge, il brodo è quasi pronto. Coltelli, taglieri, penne, piume, carpe, carni, ripieni, farina, guantiere fumanti, zuppe di melone, germogli di piselli in salsa d’anatra, anatra laccata, costolette agrodolci, ravioli di granchio imbandiscono una tavola in cui si moltiplicano portate su portate, che diventano sintomo di un amore che cerca e trova la via del gusto per esprimersi.

La macchina da presa segue con attenzione i movimenti di Chu che precisi prendono posto in una tradizionale cucina cinese. Una cucina di casa che diviene specchio pronfondo, intimo e domestico, della cucina di un importante ristorante di Taipei, quello per cui ha lavorato tanti anni e che lo ha reso celebre nel mondo della ristorazione cinese gourmet.

Nonostante il suo senso del gusto lo stia abbandonando, il cibo continua ad essere la sua lingua, soprattutto tra le mura di casa. Chu tra le pietanze cerca di sciogliere l’incomunicabilità tra sé e le tormentate figlie e nel cibo tramanda loro la propria cultura, passione  e tradizione. Chu comunica attraverso il cibo. I sentimenti non vengono espressi con le parole, ma con i gesti, con l’esaltazione dei sensi, con le abbondanti pietanze segno inequivocabile di un abbondante bisogno di amare.

Il titolo proviene infatti da un antico proverbio cinese che descrive le necessità della vita. “Mangiare bere uomo donna. Cibo e sesso. Desideri fondamentali dell’uomo. Non se ne può fare a meno.

Mentre Maestro Chu cucina, la vita, che sembra scorrere uguale e monotona da tempo, per sè e per le sue figlie, sterza e lo sorprende. L'amore diverrà la portata principale. Il piatto inatteso che tutto sconvolge e che tutto risveglia, papille gustative comprese.

“Mangiare bere uomo donna” (Yin shi nan nu), 1994, del regista Ang Lee (1954) è stato nominato all’Oscar come Miglior Film Straniero nel 1995.

E' un film da vedere e da assaporare lentamente.

Sara De Bellis