Nel 1956 Michele Chiarlo, allora ventitreenne, fondava la cantina che ancora oggi porta il suo nome. Settant’anni dopo, quella storia permette di ripercorrere anche una parte significativa dell’evoluzione del vino piemontese: da un’Italia ancora profondamente agricola all’affermazione internazionale delle Langhe e del Monferrato come territori di riferimento del fine wine italiano.
In sette decenni sono cambiati il modo di coltivare la vite, di interpretare i singoli vigneti, di raccontare il vino e di vivere il territorio. Dalla valorizzazione della Barbera d’Asti alla cultura del cru, dall’apertura ai mercati internazionali fino all’incontro tra vino, arte, paesaggio e ospitalità, Michele Chiarlo ha attraversato queste trasformazioni mantenendo al centro una convinzione: un grande vino nasce innanzitutto dalla capacità di riconoscere, interpretare e custodire un luogo.
Dalla Barbera d’Asti quotidiana alla ricerca dell’identità
Quando Michele Chiarlo avvia la propria attività, la Barbera d’Asti è ancora prevalentemente associata al consumo quotidiano e alla tavola piemontese. Michele sceglie invece di investire sul potenziale qualitativo della denominazione, convinto che possa esprimere profondità, eleganza e longevità senza rinunciare alla propria identità.
Tra gli anni Sessanta e Settanta prendono forma le prime sperimentazioni in vigna e in cantina e una crescente attenzione all’origine delle uve. Nel 1978 nascono le prime selezioni di Barolo, Barbaresco e Barbera d’Asti, mentre negli anni Ottanta l’azienda introduce pratiche allora ancora poco diffuse come i diradamenti mirati, privilegiando la qualità rispetto alle rese.
Parallelamente, Michele Chiarlo contribuisce alla diffusione della Barbera d’Asti sui mercati internazionali, figurando tra i primi produttori a portarla in Nord America e in Asia e lavorando per affermarne l’identità come denominazione di origine e non semplicemente come espressione varietale.
Negli anni Ottanta e Novanta, la creazione di cru di Barbera d’Asti rappresenta un ulteriore passaggio in questa direzione. Un lavoro che confluirà anche nel percorso verso la nascita del Nizza DOCG, di cui Michele Chiarlo sarà tra gli ideatori insieme a un ristretto gruppo di produttori visionari che contribuiranno alla definizione del disciplinare.
Cerequio, Cannubi, La Court: la centralità del vigneto
Il rapporto con i singoli vigneti diventa progressivamente uno degli elementi distintivi della storia aziendale. Nel 1988 l’azienda arriva a Cerequio, storico cru del Barolo; l’anno successivo si aggiunge Cannubi, altro luogo simbolo della denominazione. Due tappe che rafforzano una visione fondata sulla convinzione che il carattere di un grande vino sia inseparabile dal vigneto da cui nasce.
Nel 1995 il progetto si estende al Monferrato con l’acquisizione della Tenuta La Court, nel territorio che diventerà Nizza DOCG. Qui la Barbera d’Asti trova un nuovo spazio di ricerca e di espressione, dando continuità al lavoro sulla denominazione e sulla valorizzazione delle singole provenienze avviato nei decenni precedenti.
Nel tempo, Cerequio, Cannubi, Asili, Faset, La Court e Rovereto vanno così a comporre una geografia di vigneti che attraversa alcune delle principali aree vitivinicole piemontesi e racconta una sempre maggiore attenzione all’identità dei singoli luoghi.
Quando il vino incontra arte e paesaggio
Con il nuovo millennio, il rapporto con il territorio si amplia oltre la sola dimensione produttiva: il vigneto diventa anche spazio culturale da conoscere, percorrere e vivere.
Nel 2003 nasce l’Art Park La Court, progetto di arte tra i vigneti che trasforma la tenuta di Castelnuovo Calcea in un luogo di dialogo tra agricoltura, paesaggio e linguaggi contemporanei.
Nel 2011 nasce Palás Cerequio, relais dedicato al Barolo e immerso nell’omonimo cru. L’ospitalità diventa così un ulteriore strumento attraverso cui raccontare il legame tra vino, paesaggio e persone.
Nell’ottobre 2024 viene inaugurato il Cannubi Path, percorso artistico firmato da Ugo Nespolo e nato per dare forma a un desiderio di Michele Chiarlo: restituire alla collina di Cannubi uno spazio capace di accogliere visitatori e creare un nuovo dialogo tra arte e vigneto.
Nel 2026, anno del settantesimo anniversario, l’azienda torna a Cerequio con Cerequio30, progetto dedicato a trent’anni di annate del Barolo Cerequio: una lettura dell’evoluzione del vino nel tempo che riporta ancora una volta al centro il rapporto tra azienda e cru.
Progetti differenti, accomunati dalla stessa idea: il vino è parte di un sistema culturale più ampio, fatto di paesaggio, memoria, arte, accoglienza e comunità.
Settant’anni di relazioni, guardando alla generazione successiva
Oggi sono Stefano e Alberto Chiarlo a portare avanti il progetto avviato dal padre, con competenze e sensibilità complementari.
In questi settant’anni, la crescita dell’azienda si è costruita anche attraverso relazioni consolidate nel tempo: con importatori e distributori nei diversi mercati, spesso diventati partner di lungo periodo, e con collaboratori e dipendenti che hanno accompagnato l’evoluzione di Michele Chiarlo, contribuendo a costruirne competenze, memoria e cultura condivisa.
«Settant’anni rappresentano un traguardo importante, ma soprattutto la conferma di un percorso costruito nel tempo e di un rapporto sempre più profondo con i nostri vigneti – commenta Stefano Chiarlo. – La visione di nostro padre è partita dalla convinzione che il Piemonte avesse territori e varietà capaci di esprimere vini di grande identità. Il nostro compito è continuare a interpretarli con rispetto, affrontando le nuove sfide della viticoltura senza perdere ciò che rende unici questi luoghi.»
«La storia di Michele Chiarlo è sempre stata legata ai luoghi da cui nascono i nostri vini, ma anche alla volontà di portarli nel mondo – aggiunge Alberto Chiarlo. – Abbiamo accompagnato la crescita internazionale del Piemonte costruendo rapporti solidi e duraturi con importatori e distributori e, allo stesso tempo, aprendoci a nuove forme di racconto attraverso arte, ospitalità e paesaggio. Crediamo che il futuro passi dalla capacità di continuare a raccontare il territorio senza perdere autenticità.»
E mentre Stefano e Alberto guidano oggi l’azienda, una nuova generazione della famiglia Chiarlo sta iniziando ad avvicinarsi alla realtà aziendale. I loro figli stanno completando i rispettivi percorsi di studio e maturando le prime esperienze professionali, anche nel settore.
A settant’anni dalla fondazione, la continuità familiare diventa così uno dei temi con cui Michele Chiarlo guarda al futuro: nuove competenze e nuove sensibilità si affiancano a un progetto che continua a trovare nei vigneti e nei territori piemontesi il proprio punto di riferimento. Resta invariato l’obiettivo da cui tutto è partito: interpretare il Piemonte attraverso i suoi vigneti e trasmetterne il valore a chi ne raccoglierà il testimone.