“Il futuro del vino? Avere il coraggio di tradire la tradizione”. Il miglior enologo del 2026 a Vini d’Abbazia: dal progetto etico in Ucraina al sogno dei 140 cloni di Sangiovese. Ecco la sua visione laica e rivoluzionaria della viticoltura: come Intelligenza Artificiale, biodiversità e “business inclusivo”, salveranno il settore dall’omologazione e dalla demonizzazione del vino come “male assoluto”.
Ci sono personaggi nel mondo del vino per cui le presentazioni sono accessorie, nondimeno la loro storia merita di essere raccontata. Roberto Cipresso è fra questi: enologo di fama internazionale, visionario della terra e creatore di terroir, ha saputo leggere i vigneti di mezzo mondo — dalla Toscana all’Argentina — con l’intuito di un artista e il rigore di uno scienziato. Già Oscar del Vino nel 2006 come Miglior Enologo, Cipresso cristallizza una carriera straordinaria con lo stesso prestigioso riconoscimento FIS per il 2026 e confermando il proprio status assoluto di ambasciatore del vino italiano nel mondo.
A margine di Vini d’Abbazia, la kermesse di Fossanova dedicata alla secolare tradizione vitivinicola monastica, lo abbiamo incontrato per una chiacchierata schietta e senza riserve.
Cipresso abbandona qualsiasi dogma per intraprendere un viaggio concettuale: dal dovere di tradire la tradizione per far evolvere il vino, fino alla viticoltura eroica in montagna. Il racconto tocca l’impegno etico in Ucraina e Armenia con il progetto Wine of Silence — dove il vino diventa strumento di rinascita e linguaggio per la Generazione Z — per poi concentrarsi, con lucido realismo, sui rischi legati all’Intelligenza Artificiale. Fino al Progetto Oria a Montalcino, il sogno di una vita che prende forma in un’opera mai tentata prima: una straordinaria arca genetica volta a unire 140 cloni diversi di Sangiovese in un’unica, irripetibile sintesi enologica.
Una chiacchierata densa, laica e visionaria proposta integralmente.
A vent’anni dal suo primo Oscar del Vino, la FIS le assegna nuovamente il titolo di Miglior Enologo, siglando un traguardo storico. In un momento di grandi mutamenti globali, quale responsabilità sente di avere oggi come ambasciatore del vino italiano, sia nel guidare le nuove generazioni di produttori in Patria, sia nel difendere l’identità del nostro terroir a livello internazionale? C’è ancora un traguardo inesplorato che ha l’ambizione di raggiungere?
Se guardiamo a dove siamo arrivati, capiremo quale sia la direzione da prendere. La nostra viticoltura più remota è nata da persone profane delle conoscenze scientifiche dei nostri tempi: lavoravano la terra con i cavalli e piantavano le vigne ovunque si stanziassero, lungo le strade o vicino ai fiumi. Attualmente il confronto va affrontato da altra prospettiva. Se da una parte siamo ricchi di storia, dall’altra rischiamo di esserne schiavi.
Le tradizioni sono radici profonde e meritano un enorme rispetto, ma spesso ci condizionano, impedendoci di interpretare il presente come dovremmo. Non dimentichiamo: la parola tradizione e la parola tradimento condividono la stessa identica matrice latina. Il nostro vero compito è evolverci, crescere, emanciparci e consegnare alle prossime generazioni qualcosa di migliore rispetto a ciò che abbiamo trovato.
Spesso, però, la tradizione frena questo processo evolutivo. Dobbiamo, quindi, imparare a guardare al passato in modo più laico: rispettando la nostra storia, certo, ma dimostrando coraggio e capacità di tracciare nuovi orizzonti. Disponiamo di tecnologia e conoscenze necessarie a esplorare nuove terre, per coltivare in montagna, in collina, nelle zone più impervie e difficili. Non si tratta solo di una possibilità, ma di un dovere, perché è proprio in quei territori più complessi che il vino esprime la sua personalità e il suo carattere più intrigante.
Il suo progetto Wine of Silence in Ucraina dimostra che il vino può essere un potente strumento di etica, geopolitica, solidarietà e rinascita. Come è nata l’idea di vinificare l’autoctono Odesky Black in un contesto così drammatico e quale messaggio vuole lanciare al mondo del vino internazionale?
L’idea di questa associazione nasce proprio dal desiderio di unire un gruppo di amici storici, grandi esperti del mondo dell’enologia, attorno a un progetto comune chiamato “Il Vino del Silenzio” (Wine of Silence). Questa iniziativa si sviluppa su tre direttrici fondamentali. La prima è strettamente legata alla solidarietà, con l’obiettivo di portare coraggio e un aiuto concreto a migliaia di persone in difficoltà. La seconda, non meno importante, mira alla salvaguardia di tutte quelle varietà e vitigni rari, oggi a rischio di abbandono ed estinzione definitiva. Il terzo aspetto, forse il più affascinante, risiede nella necessità di dare al vino una declinazione profonda e persino drammatica, capace di trasformarlo in un linguaggio universale per raccontare storie più grandi.
Questo approccio culturale e storico diventa vitale per catturare l’attenzione delle nuove generazioni, in particolare della Generazione Z, sempre più distante e distratta rispetto a questo mondo. In un momento storico in cui il vino viene spesso demonizzato e processato come il male assoluto, e in cui ci troviamo di fronte a un mercato saturo con più produzione rispetto ai consumatori, è fondamentale uscire da questa situazione di stallo. Elevare il vino a una dimensione narrativa e identitaria diventa l’unico modo per imporre una nuova attenzione e restituirgli finalmente la dignità perduta.
Lavorare sul campo con i giovani vignaioli ucraini sotto la minaccia di un conflitto richiede un coraggio che va oltre la semplice consulenza. Che tipo di legame umano e professionale si è creato e qual è la sfida tecnica più grande nel produrre un vino di eccellenza in quelle condizioni estreme?
È un viaggio vissuto in staffetta, toccando contemporaneamente più fronti caldi. Siamo in Ucraina, ma anche in un’Armenia stretta nel conflitto con l’Azerbaigian. Lì ci muoviamo sotto copertura, fingendoci commercianti di frutta per portare in salvo delle karas (le antiche anfore di terracotta) arrivate dall’Iran. Il nostro obiettivo? Vinificare e custodire la storia racchiusa in vigneti monumentali di ben 250 anni.
È un racconto drammatico, accolto da un lato con profonda apprensione — perché accende i riflettori su realtà oggi ingiustamente lasciate nell’ombra — ma dall’altro con immenso entusiasmo. Un profondo messaggio di rinascita: dare voce e riscatto a territori marginalizzati dalla storia.
Prendiamo Odessa, dove produciamo il vino bianco: una terra finora nota soprattutto per l’Odessa Black (l’antico Alibernet), non ha mai avuto la reale opportunità di imporsi sul mercato internazionale. Oggi, paradossalmente, questa drammatica crisi può trasformarsi nella scintilla per un rilancio epocale, capace di accendere prima la curiosità del mondo e, subito dopo, di conquistarne autorevolezza.
I cambiamenti climatici ci impongono di anticipare i problemi anziché rincorrerli. Dal vostro osservatorio privilegiato, quanto e come l’analisi predittiva dell’IA può davvero aiutare i viticoltori a prevedere gli stress idrici o termici prima che i danni siano visibili sulla pianta, superando il vecchio approccio empirico?
L’intelligenza artificiale, sia chiaro, ha un’innegabile utilità. Funziona come una memoria storica immensa, tirata fuori dal cassetto, si trasforma in analisi predittiva, studio e statistica fondamentale per consegnare risposte concrete. Nel mondo della viticoltura, ad esempio, ci permette di creare simulazioni, renderci idonei a capire se un vigneto possa avere successo o meno in un determinato territorio. È uno strumento prezioso soprattutto quando ci si spinge verso terreni insoliti, nuovi o estremi, dove il margine d’errore deve essere ridotto al minimo.
Il problema sorge quando l’intelligenza artificiale viene usata per confezionare una comunicazione fin troppo seducente. È qui che subentra la paura. Con la stessa disarmante facilità con cui si costruiscono questi pacchetti perfetti, si rischia di pregiudicare l’intero risultato, generando falsi miti. Le fake news sono ormai all’ordine del giorno e, purtroppo, la comunicazione del vino non fa eccezione.
Oggigiorno questo settore è troppo spesso in balia di improvvisatori o di persone prive di reali competenze. Ci troviamo di fronte a blogger e recensioni scritte con disinvoltura di vini mai assaggiati. È l’esasperazione della tecnologia e della disintermediazione, un fenomeno che ha trasformato il mondo della comunicazione in una vera e propria giungla.
Il sequenziamento del DNA e la mole di dati genetici oggi sono enormi. Pensando al futuro dei nostri vitigni storici e alla necessità di renderli più resistenti a parassiti e siccità, ritiene i modelli predittivi dell’IA per il miglioramento genetico possano aiutarci a salvare l’identità del nostro patrimonio viticolo o rischiamo di standardizzarlo?
Si tratta di un’evidenza a noi ben nota. È un concetto forte, perché oggi abbiamo finalmente capito quanto la fine del nostro percorso di qualità coincida proprio con l’omologazione e la standardizzazione; di conseguenza, qualsiasi strada ci spinga in quella direzione è evidentemente sbagliata. Ecco perché parlavo dell’importanza di andare in montagna, di cercare condizioni estreme e di saper abbandonare persino certe tradizioni per aprirci a nuove visioni.
Tra queste lungimiranze c’è senz’altro la necessità di analizzare in modo assolutamente laico tutto il bagaglio ereditato dal passato, così da poter costruire qualcosa di davvero nuovo e innovativo. A questo proposito, c’è un libro da me consigliato e regalato a tantissimi amici, emblematico sul tema: si intitola Strategia Oceano Blu. Scritto da due ricercatori, W. Chan Kim e Renée Mauborgne. Il testo spiega come a mercati ormai saturi, in uno scenario difficile e omologato, l’unico modo per vincere la competizione è, paradossalmente, smettere di competere.
Come ci si riesce? Cercando la propria identità, la personalità, il carattere e uno stile unico. Ma bisogna farlo con autorevolezza e, soprattutto, con l’etica: una parola che stiamo drammaticamente dimenticando, mentre dovrebbe permanere centrale in ogni singolo processo produttivo.
Proprio in contro tendenza con la standardizzazione, lei attraverso il Progetto Oria esalta la frammentazione e la massima biodiversità clonale, sezionando il Sangiovese attraverso ben 140 cloni diversi. Questa ricerca scientifica a Montalcino vuole essere una risposta concreta anche ai problemi legati al cambiamento climatico?
Questo progetto rappresenta il coronamento di un sogno personale: dare vita alla collezione di Sangiovese più importante al mondo. Parliamo di 140 cloni selezionati: 128 squisitamente italiani e i restanti adattati a latitudini diverse, provenienti da ogni angolo del pianeta. Una vera e propria linea del tempo genetica partita dai cloni degli anni ’50 per spingersi fino a quelli del futuro.
Da questa incredibile biodiversità nascerà un solo vino, un solo brand, un’unica grande etichetta. Sarà la fusione definitiva di tutta la storia genetica del Sangiovese, un’opera d’arte liquida mai tentata prima d’ora: un vino da Guinness dei primati, capace di racchiudere 140 anime diverse in un solo calice.
In un mercato complesso come quello odierno, anche l’idea migliore ha bisogno di gambe solide e innovative per camminare. Per questo abbiamo immaginato un modello di business inedito, capace di azzerare le distanze: i wine lovers non saranno più semplici spettatori, ma diventeranno produttori a tutti gli effetti, partecipando attivamente con una quota societaria del progetto.
Attraverso questa formula, appassionati e amici entreranno a far parte di una grande famiglia, trasformandosi contemporaneamente in ambasciatori del Sangiovese, produttori e consumatori del loro stesso vino. Un circolo virtuoso che risolve la sfida della distribuzione e crea una comunità legata da una passione autentica.
Il luogo scelto per questo sogno sembra guidato dal destino. Ci troviamo nell’antico Monastero di Oria, un insediamento religioso risalente al Medioevo, affacciato su un lago, proprio di fronte a Montalcino, lungo la storica Via Francigena. Qui tutto respira un’aria aurea: un luogo magico, dove la scienza della terra e il fascino della storia si fondono per dare vita a qualcosa di irripetibile.
Secondo lei, le aziende italiane – grandi o piccole che siano – sono pronte a integrare nei loro team figure capaci di leggere i Big Data, o il fattore umano e il ‘palato’ dell’enologo rimarranno l’unico vero filtro interpretativo? La figura e l’operato dell’enologo devono evolversi e adeguarsi al cambiamento globale in atto, oppure ruoli e tradizione continueranno a fare la differenza?
Siamo solo all’inizio, è vero, davanti a processi ormai inesorabili. Tuttavia, la realtà dimostra quanto l’innovazione viaggi sempre a due o tre velocità diverse. Se da un lato le aziende più evolute e strutturate tracciano la rotta, dall’altro sappiamo questa transizione non sarà immediata, né tantomeno una regola condivisa da tutti fin da subito. La vera sfida non sarà solo accelerare chi è già avanti, ma colmare questo divario per non lasciare indietro nessuno.
La lectio di Roberto Cipresso sul valore del territorio. Il Seminario.
Dai microfoni della nostra intervista al palcoscenico del chiostro, la visione laica e dirompente di Roberto Cipresso trova la sua naturale amplificazione durante il seminario Il valore dell’autoctono tra qualità e territorio. L’enologo traduce le riflessioni sul futuro del settore in un manifesto programmatico, focalizzando l’attenzione sul legame indissolubile tra vitigno e identità.
La ricerca del significato nella viticoltura del futuro
L’orizzonte della viticoltura odierna si presenta saturo, frammentato da mercati congestionati e da un sovraccarico di messaggi digitali. Di fronte a questa complessità, la tesi centrale dell’intervento non si limita a una semplice analisi tecnica, ma si sposta su un terreno più profondo e filosofico: la ricerca del valore e del significato. In un’epoca in cui il vino si trova spesso sul banco degli imputati, quasi fosse un male assoluto agli occhi delle nuove generazioni, diventa urgente invertire la rotta e costruire fondamenta solide, abili a superare la prova tempo.
“Dobbiamo tramandare a chi verrà dopo di noi qualcosa che abbia un significato profondo, un valore inattaccabile. Questo approccio abbraccia l’intero progetto del vino autoctono e il legame indissolubile con il territorio, la sua storia e il suo percorso.”
La chiave di questa transizione risiede nella qualità della comunicazione e nell’onestà del racconto. Non esistono scorciatoie. L’esperienza internazionale evidenzia come gli errori strutturali, quando vengono ignorati o ripetuti, tendano a radicarsi diventando colpe storiche costantemente riaffioranti. Per evitare questa deriva, la parola “crisi” deve essere riletta nella sua accezione originale greca di cambiamento. Il panorama attuale, spesso influenzato da una comunicazione online improvvisata e imprecisa, richiede una bussola rigorosa, fondata su quattro pilastri: scientificità, storicità, sostenibilità e sistema.
I quattro pilastri del valore
La scientificità come dato oggettivo
l punto di partenza è il rigore scientifico. Contro la totale soggettività dei giudizi e la volatilità del “copia e incolla” digitale, la geologia, il clima, la biologia e lo studio del DNA dei vitigni autoctoni restituiscono dati inconfutabili.
“Dati come la quantità di pioggia, le ore di sole, la composizione del suolo e i processi biologici della fermentazione creano un significato che nessuno può contestare o interpretare a piacimento. È una verità scritta.”
La storicità e il paradosso della tradizione
La storia è un tassello cruciale dell’identità, a patto che non diventi un archivio inerte da venerare passivamente. Il rischio è confondere l’immobilismo con il rispetto, diventando schiavi delle proprie radici. Cipresso spezza questo automatismo con un accostamento linguistico netto:
“Curiosamente, la parola tradizione condivide la stessa matrice etimologica di tradimento. Se ci affidiamo ciecamente alle tradizioni senza valutarne il significato, tradiamo la nostra stessa crescita. La storia necessita di un’interpretazione intelligente.”
Il passato va analizzato con occhio laico. Se un tempo si piantava vicino a fiumi e strade per pura comodità logistica, i cambiamenti climatici odierni impongono di scardinare vecchie regole geografiche, trasformando la necessità in una nuova opportunità.
Al di fuori di ogni retorica romantica, il Genius Loci si traduce concretamente attraverso tre dimensioni sinergiche: la scienza e il clima, dati oggettivi e inconfutabili del territorio; la cultura e la storia, a definire l’identità dinamica nel tempo; e infine il paesaggio e l’arte, capaci di trasformare il vino in un’esperienza viva e percettibile.
La sostenibilità misurabile ed etica
La sostenibilità non è una bandiera ideologica o un’etichetta di facciata, deve essere un valore concreto e quantificabile. Significa misurare il consumo di carta e le emissioni di CO2, ma significa soprattutto estendere il concetto alla sfera economica e sociale. Chi produce ha una responsabilità etica verso il proprio territorio, traducendo il risparmio ecologico in un investimento per la comunità.
“Fare questo mestiere è un privilegio, e sentiamo il dovere di restituire qualcosa al territorio. Quando la sostenibilità si fonda su numeri reali, confrontabili, e si sposa con l’etica, diventa l’unica vera chiave per conquistare il pubblico di domani.”
Questo approccio trasparente è l’unico modo per superare il vaglio di una generazione di consumatori estremamente critica, dotata di strumenti tecnologici capaci di distinguere immediatamente l’autenticità dalla messinscena.
Il sistema contro l’individualismo
L’ultimo pilastro scardina la logica della competizione distruttiva. La politica dell’accentratore che desertifica il contesto circostante, si rivela un’illusione miope a lungo termine. L’eredità più grande da lasciare alle future generazioni non è la memoria di un singolo uomo, ma il valore collettivo di un territorio. Per spiegare la forza della rete, viene citato un aneddoto emblematico degli anni Settanta legato a un giovane sindaco di Montalcino:
“Il giornalista gli chiese: ‘Cosa sarebbe Montalcino senza il Brunello?‘ e lui rispose prontamente: ‘Attenzione, dove sarebbe il Brunello senza Montalcino?‘. Questa è la differenza che fa il sistema: la magia del luogo e una comunicazione che non può essere affidata a un uomo solo.”
Oltre i confini della competizione
Quando i quattro elementi si fondono, la dinamica di mercato cambia radicalmente. All’interno di un terroir condiviso, la rivalità tra produttori svanisce e lascia spazio alla complementarità: le aziende diventano capaci di raccontare la stessa grande storia territoriale, declinandola in modo unico. La ricetta virare verso spazi inesplorati basati sull’innovazione di valore, sulla sostenibilità e sul lavoro di squadra.
Il celebre esempio del Cirque du Soleil, capace di reinventare il settore del circo in profonda crisi, eliminando gli animali e focalizzandosi sulla componente teatrale, dimostra quanto la svolta non dipenda dal settore in cui si opera, ma nella sua capacità di fungere da filtro decisionale nei momenti di dubbio, indicando chiaramente agli imprenditori di qualsivoglia settore – non tanto cosa fare, ma cosa evitare assolutamente per non tradire la propria evoluzione.
Foto: Vini d’Abbazia
Alessandra Fiori