Le radici arcaiche del carnevale

Per gli antichi l’anno iniziava non a gennaio, ma a marzo, in concomitanza con i riti del carnevale che sancivano il passaggio dall’inverno alla primavera, dalla morte alla vita. Dagli dei dipendevano tempo e stagioni, e dunque ad essi bisognava sacrificare per favorire il ritorno del bel tempo, la prosperità dei nuovi raccolti e la nascita di nuovi agnelli. Nei mesi del ghiaccio e della neve, del rapporto interrotto con la natura e le sue divinità, era il caos a dominare. Era dunque lecito sovvertire ogni regola: ad esempio, vestire un asino da vescovo e portarlo in chiesa per farlo officiare, oppure trasformare per un giorno i padroni in servi e viceversa, o mangiar carne senza curarsi di precetti e digiuni, gratificando non lo spirito ma il corpo: e proprio da “carnem levare” (confortare, dar sollievo alla carne) secondo alcuni deriverebbe il termine. Il carnevale precede infatti il periodo quaresimale prepasquale, durante il quale era d’obbligo astenersi dal consumo di carne. In portoghese, appunto, carnevale si dice “entrudo”, in analogia col galiziano “entroido”, entrambe derivazioni dal latino “introitus”, ovverosia “ingresso”, verso il nuovo anno e verso il tempo di Quaresima. Certo è che le radici del carnevale pagano sono molto più antiche del cristianesimo, e toccano ogni periodo, ogni grande civiltà mediterranea: la Grecia coi suoi sfrenati riti dionisiaci, l’antica Roma con baccanali, lupercali e saturnali, l’ Egitto con i festeggiamenti in onore di Iside, e Israele con la festa delle Sorti. Comune denominatore era sempre la negazione del quotidiano, il linguaggio della satira, la possibilità per alcuni giorni di scambiarsi i ruoli tramite la maschera e la finzione dei costumi: gli uomini diventavano donne, i vecchi ringiovanivano di colpo, i miseri diventavano potenti. Ed è proprio qui il fascino del carnevale, il suo sapore di festa antica e liberatoria, in cui ogni rito si innesta su motivazioni arcaiche: le tradizionali battaglie di arance e confetti, e il lancio di coriandoli e stelle filanti discendono dall’usanza di spargere sementi per propiziarsi la fecondità dei raccolti, analoga alla confarreatio romana per gli sposi novelli, ai quali ancora oggi si lancia del riso. Perpetuandosi durante Medioevo e Rinascimento, il carnevale celebrato dalle diverse comunità di tutta Europa è poi emigrato nel nuovo mondo, traducendosi, ai nostri giorni, in veri e propri eventi di massa, con balli in piazza, sfilate di maschere e carri allegorici. La dimensione del carnevale è, infatti, al contrario di altre festività, in primo luogo collettiva, partecipata e sentita profondamente, come accade a Rio o a San Paolo, da tutti i membri e da tutti i ceti sociali, nessuno escluso; ed è inoltre prettamente urbana, ovverosia indissociabile da una municipalità il cui riferimento principale è la pubblica piazza. Il carnevale è disordine, ma proprio per questo la sua cornice privilegiata non è la ruralità come accade per altre feste, ma piuttosto il luogo dell’ordine per eccellenza, ovvero l’ambito cittadino. Lo storico delle religioni Mircea Eliade ha scritto:”Ogni nuovo anno è una ripresa del tempo al suo inizio, ovvero una ripetizione della cosmogonia. Il rito del duello figurato fra schieramenti opposti, la presenza dei morti, saturnali e orge sono elementi cruciali che replicano, con l’avvento del nuovo anno, i momenti mitici del passaggio dal caos alla cosmogonia.” Rigenerarsi periodicamente, lasciandosi alle spalle la zavorra del tempo trascorso: in ogni tempo e per ogni popolo il carnevale è una necessità, viva ed attuale più che mai anche nel mondo globale del terzo millennio.

Eduardo Roger

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