Come nel Filebo, dialogo platonico in cui Socrate e Protarco riflettono sulla relazione tra felicità e piacere, in GEOMETRIÆ di Moroso, le designer Anna Lindgren e Sofia Lagerkvist, Front Design, trasformano la geometria in un campo di indagine percettiva, addentrandosi nel complesso rapporto tra costruzione e rappresentazione con un approccio sperimentale che non si limita ad esporre la chiarezza delle forme ma, piuttosto, ne mette in scena l’ambiguità percettiva.
Le linee rette, i cerchi o i solidi elementari possiedono una qualità intrinseca, una forma di bellezza che non può essere ridotta alla semplice imitazione della natura né tantomeno alla variabilità delle opinioni soggettive.
Mediante la combinazione di solidi geometrici primari – sfere, parallelepipedi, cilindri – accorpati secondo relazioni di giustapposizione e slittamento, si generano nuovi volumi immediatamente leggibili, essenziali, quasi archetipici. La loro presenza nello spazio produce una condizione di sospensione; similmente alla pittura metafisica, la linearità formale non genera stabilità percettiva ma induce una lieve, enigmatica inquietudine; questi oggetti risultano riconoscibili ma, allo stesso tempo, si sottraggono alla logica ordinaria dello spazio.
Nel processo creativo, ogni elemento viene inizialmente studiato su carta, disegnato a matita o ad acquarello come un raffinato esercizio di rappresentazione tridimensionale nel quale ombre, gradazioni luminose e superfici sono ritratte secondo una logica pittorica. Una volta definito, ogni elemento viene proiettato in un modello bidimensionale, messo in tavola, ingrandito e trasformato in un arazzo che servirà a ri-comporre – rivestendolo – l’elemento imbottito. In questo modo, da un’immagine astratta (perché pittorica) si ricava una proiezione reale (perché fisica) dell’oggetto rappresentato, dove l’ombra che percepiamo non è prodotta dalla luce dell’ambiente, ma inscritta nel disegno delle superfici.
L’esperienza percettiva si colloca così in una zona illusoria e di incertezza. La geometria, disciplina votata alla chiarezza e alla stabilità, si presta ad una lieve elusione dei sensi.
I solidi geometrici appaiono simultaneamente concreti e immaginati; non sono dei meri artefatti funzionali, ma la narrazione stessa del proprio processo di figurazione all’interno della quale il volume “dipinto” e il volume “costruito” non coincidono mai completamente, introducendo una condizione di ambiguità visiva dove ogni elemento appare contemporaneamente come corpo e come immagine.
Non un semplice trompe-l’œil, ma una vera e propria discrepanza concettuale nella quale alla logica fisica della luce viene a sostituirsi una logica intuitiva, collocando il progetto in una zona intermedia tra Design e raffigurazione; un luogo in cui la geometria, anziché affermare una certezza formale, definita dalla proporzione e dalla misura, diventa uno strumento per interrogare il modo in cui vediamo – e immaginiamo – il mondo.
Front a proposito del progetto di Moroso: “La nostra ispirazione nasce dalla precisione matematica e dalla linearità visiva del cubo, della sfera e del cilindro. Le forme geometriche elementari possiedono una bellezza naturale che va oltre l’imitazione o il gusto personale. Combinate tra loro, si traducono in elementi scultorei che danno luogo a infinite variazioni. I pezzi sono rivestiti con arazzi jacquard, prodotti a partire da file derivati dai nostri disegni e acquarelli, dove anche luci e ombre dei volumi si traducono in superficie tessile. Si genera così una sottile tensione tra la forma fisica e la sua percezione. I pezzi saranno presentati unitamente ad alcuni nostri lavori originali, a testimonianza della nostra ricerca sulla storia della geometria e della luce.”
Socrate – «Ma per bellezza delle forme non intendo, come fanno i più, la bellezza dei corpi viventi o delle figure dipinte; bensì intendo le forme rettilinee e circolari, e le superfici e i solidi che da esse derivano mediante il compasso, la squadra e l’angolo retto. Queste cose, infatti, non sono belle relativamente, come le altre, ma sono sempre belle per natura», Platone, Filebo, 51c–d.