Continuiamo il viaggio tra i Monasteri italiani per scoprire i migliori vini d’Abbazia.
Abbazia di Sant’Andrea di Busco (Veneto)
Monastero Cistercense di Santi Gervasio e Protasio, San Giacomo di Veglia (Treviso – Veneto)
Cascina del Monastero (Piemonte)
Tenuta Santa Cecilia Croara (Emilia Romagna)
Monastero dei Frati Bianchi (Toscana)
Castello di Magione (Umbria)
Abbazia di Santa Maria di Propezzano (Abbruzzo)
Abbazia di Sant’Andrea di Busco – Ponte di Piave (Treviso)
C’è un filo conduttore che lega l’antichissima vocazione rurale del Veneto alla grande architettura rinascimentale. Tra Oderzo e Ponte di Piave, Villa Abbazia di Busco sorge sulle fondamenta di un insediamento benedettino del XII secolo: una stratificazione monumentale dove la memoria storica, un parco secolare e una Cappella consacrata dialogano con una profonda cultura vinicola.
Furono proprio i monaci benedettini i primi a intuire il potenziale di queste terre, avviando una produzione d’eccellenza capace di attraversare i secoli e raccogliere, nel Settecento, persino la lode dello scrittore Gaspare Gozzi. Una fama enologica così consolidata da spingere, nel 1554, l’aristocratico veneziano Marco Zeno a trasferirsi nella zona: attratto dalla straordinaria qualità dei vigneti locali, ne acquisì i terreni circostanti l’antico cenobio, commissionando ad Andrea Palladio la progettazione della residenza dominicale, Villa Zeno, un capolavoro architettonico dichiarato dall’UNESCO, nel 1995, Bene dell’Umanità.
Nemmeno la soppressione dell’istituzione monastica nel 1771 ha interrotto questa profonda vocazione vinicola, passata in mani laiche e custodita, a partire dall’Ottocento, dalla famiglia Bonaldi, discendente della nobile casata veneziana degli Zeno. Se per generazioni il vino dell’Abbazia è rimasto un privilegio riservato alle famiglie patrizie della zona, la svolta imprenditoriale della seconda metà del Novecento ha aperto le porte ai mercati nazionali e internazionali, trasformando una produzione di nicchia in un marchio riconosciuto.
Oggi questa eredità è raccolta da Giangiacomo Gallarati Scotti Bonaldi, vicepresidente del Consorzio di Tutela del Prosecco DOC e presidente nazionale di Federdoc. Sotto la sua guida, nel solco dell’evoluzione familiare, i metodi antichi e l’affinamento in botti di rovere si integrano con una visione contemporanea e sostenibile, certificata SQNPI. Un approccio dove la biodiversità è un fatto concreto: un intero ettaro della tenuta è oggi dedicato a fiori spontanei per la tutela degli insetti impollinatori, mentre un immenso noceto da trenta ettari circonda le vigne, rigenerando l’aria e dando vita alla linea d’eccellenza “Noce d’Oro”.
Da questa terra fertile nascono interpretazioni fresche e verticali di Glera e Pinot Noir destinate al Prosecco DOC – anche in versione Rosé –, affiancate dall’eleganza di Chardonnay, Pinot Gris e da rossi di grande morbidezza e struttura.
Foto: Abbazia di Busco
Monastero Cistercense di Santi Gervasio e Protasio – San Giacomo di Veglia (Treviso)
Tra le mura di clausura del Monastero dei Santi Gervasio e Protasio, 26 suore cistercensi di varie nazionalità custodiscono uno dei più imponenti complessi di clausura d’Italia. La loro giornata ha inizio alle 5 del mattino, in un perfetto equilibrio tra la preghiera corale e l’attenta gestione di un brolo — il tipico orto-vigneto murato veneto.
Qui, nella frazione di San Giacomo di Veglia a pochi chilometri da Vittorio Veneto, la comunità monastica presidia la biodiversità locale attraverso una gestione differenziata dei suoli. Ai filari del vigneto e alle parcelle dell’orto si alternano un campo di lavanda e un frutteto variegato, mentre la produzione interna si estende alla serra di aloe vera e alla conduzione dell’alveare. Dalle materie prime, lavorate nel rispetto dei cicli naturali, la comunità perpetua l’antica arte speziale per ricavare sciroppi, oli essenziali e preparati cosmetici, coniugando formule galeniche alla moderna fitocosmesi.
Otto secoli di confische, incendi e guerre scandiscono la memoria storica del monastero. Tutto ebbe inizio il 13 maggio 1212 a Belluno, quando il decano Baldovino donò la struttura originaria a Donna Acega in cambio di una sola libbra d’incenso all’anno. Da quel momento, il complesso ha vissuto profondi mutamenti — passando dai Cistercensi di Follina all’ordine Camaldolese — e ha visto incrociarsi illustri personalità, come San Carlo Borromeo e il futuro Papa Gregorio XVI.
La svolta più drammatica si consumò nel 1909: colpita dalle leggi di incameramento dei beni ecclesiastici, la comunità, ridotta a soli sette membri, fu costretta ad abbandonare la storica sede bellunese. Un provvidenziale lascito anonimo permise però l’acquisto all’asta delle barchesse dei Conti Grotta a San Giacomo di Veglia — tipici edifici di servizio delle ville venete. L’adattamento di questa struttura rurale alle esigenze della clausura ne ridefinì radicalmente i volumi: i porticati vennero chiusi, le sale padronali divennero luoghi di raccoglimento e le vecchie scuderie furono riconvertite nella nuova chiesa abbaziale, integrando il coro per il canto dell’Ufficio divino.
Nel corso del Novecento, successivi ampliamenti e consolidamenti strutturali hanno trasformato l’antico rustico nell’imponente complesso odierno, superando indenni i bombardamenti e le occupazioni dei due conflitti mondiali.
All’interno del brolo, le parcelle settecentesche di Glera – destinate al Prosecco Superiore DOCG Conegliano Valdobbiadene – vegetano su un suolo marcatamente calcareo, asciutto e ricco di scheletro minerale, preservato da un rigido protocollo biologico che esclude pesticidi e molecole di sintesi.
Un potenziale agronomico, a lungo confinato entro le mura monastiche, trova espressione nell’incontro con Sarah dei Tos, titolare della cantina La Vigna di Sarah. Cogliendo l’eccezionalità del climat monastico, la produttrice propone una sinergia accolta con favore dalla badessa Madre Aline — al secolo Aline Pereira Ghammachi, laurea in Economia e un percorso professionale nella comunicazione — e da Madre Maria Paola Dal Zotto. Sotto la loro guida, per garantire l’autosostentamento della comunità e la salvaguardia del vigneto, la collaborazione si è consolidata nel 2022 in un accordo fondato su un modello di gestione condiviso.
Non disponendo di una cantina interna, il monastero conferisce le uve all’azienda partner, adottandone il protocollo distintivo: la vendemmia notturna, eseguita interamente a mano nelle fasi di luna piena. Le basse temperature rallentano la fermentazione spontanea dei grappoli appena raccolti, preservando l’integrità organolettica della Glera e riducendo al minimo l’apporto di anidride solforosa in cantina.
Una pressatura soffice e la fermentazione a temperatura controllata (tra i 17°C e i 19°C), seguite da un affinamento di quattro mesi in vasche d’acciaio sur lie, ne definiscono il profilo: un’andatura verticale, sorretta da un’intensa traccia salina e da una nitidezza aromatica che richiama i piccoli frutti bianchi e le erbe officinali. Un’intesa che oggi genera una produzione di 9.000 bottiglie annue, già affermata nel panorama enologico nazionale.
Monastero Cistercense di Santi Gervasio e Protasio
Cascina del Monastero – La Morra (Cuneo)
«Ah! Morra! Bel cielo, e buon vino»: ricordava così Papa Pio VII il soggiorno all’Annunziata di La Morra. Un luogo dalla luce intensa, battezzato appunto Cascina Luciani dai monaci benedettini di Mercenasco, sui cui pendii di argilla e sabbia i religiosi di San Pietro di Savigliano governarono, per oltre 300 anni, filari e grano.
Un’eredità secolare che nel 1926 abbandona la dimensione monastica: superata la parentesi sotto l’Opera Pia Barolo, Alessio Grasso – vignaiolo di Treiso – rileva la struttura e le vigne circostanti. Quattro ettari iniziali, stretti tra la pendenza solatia di Bricco Luciani e il profilo di Bricco Rocca, battezzato “Riünd” per la rotondità della collina. Rilievi scoscesi – i veri bric di Langa – dove comincia la storia contadina consegnata da Silvio al nipote Giuseppe – artefice della svolta biologica insieme alla moglie Velda Adriano –, fino alla quarta generazione oggi guidata da Loris e Giada.
Da quel nucleo originario, la proprietà allarga i confini aziendali verso i cru di Monforte d’Alba, Roddino e Grinzane Cavour: 14 ettari complessivi. Ma la radice non si sposta. Resta all’Annunziata di La Morra, sulla collina retrostante la cantina, dove si concentrano quindici giornate piemontesi di vigne. È la Giorná, misura agraria ancora reale, calcolata sui 3.810 metri quadrati che un uomo, con una coppia di buoi, riusciva ad arare dall’alba al tramonto. Una terra lavorata tra i 250 e i 330 metri d’altitudine, custode di ceppi vecchi di settant’anni.
La matrice miocenica delle Marne di Sant’Agata fossili del Tortoniano disegna suoli argillo-sabbioso-calcarei capaci di imprimere nel calice grazia estrattiva e solidità strutturale. Banditi i diserbi chimici e i prodotti sistemici: la difesa della vite è affidata unicamente al verderame, lasciando spazio all’inerbimento spontaneo e alla semina del trifoglio. Una pratica di rigenerazione della terra ereditata del bisnonno Alessio.
In cantina la stessa cura governa una produzione media di 50.000 bottiglie. I lieviti indigeni avviano fermentazioni spontanee in acciaio, seguite da macerazioni sulle bucce di circa trenta giorni. Il vino non subisce chiarifiche né filtrazioni. L’affinamento esige il silenzio del legno grande: quattro anni in botti di rovere di Slavonia da 25 e 30 ettolitri, ben oltre i minimi del disciplinare, prima dell’ultimo passaggio in vetro per un Barolo verticale, sapido e longevo.
In cantina la stessa cura regola una produzione che si attesta sulle 50.000 bottiglie medie l’anno, specchio fedele delle singole annate. Qui la tecnologia esasperata fa un passo indietro. Le uve affrontano fermentazioni spontanee operate esclusivamente da lieviti indigeni in vasche d’acciaio, con lunghe macerazioni sulle bucce per circa trenta giorni. Nessuna chiarifica, zero filtrazioni. L’affinamento esige il legno grande: quattro anni in botti di rovere di Slavonia da 25 e 30 ettolitri, ben oltre i minimi del disciplinare, prima dell’ultimo passaggio in vetro.
Un rigore che nel Barolo Annunziata, cru simbolo della cantina, diventa pura espressione della grazia floreale impressa dai suoli marnosi di La Morra. Iris, liquirizia dolce e piccoli frutti rossi aprono a un sorso ampio, polposo, di netta tensione gustativa. L’intelaiatura poggia su tannini finissimi e una sapidità solida, premesse per un lungo invecchiamento.
Foto: Monastero Cistercense di Santi Gervasio e Protasio
Foto: Cascina del Monastero
Tenuta Santa Cecilia Croara – San Lazzaro di Savena (Bologna)
Sei milioni di anni di storia geologica definiscono il profilo della Tenuta Santa Cecilia della Croara. Sulle prime colline ad est di Bologna, l’azienda biologica opera all’interno del Parco Naturale dei Gessi e dei Calanchi dell’Abbadessa — patrimonio Unesco dal 2021 —, traducendo una storica e documentata vocazione vitivinicola in una sostenibilità rigorosa. Qui il suolo, caratterizzato da terre dei gessi e sabbie gialle, modella l’identità di un terroir estremo.
Condotta a livello familiare da Nicoletta Madrigali, membro dell’associazione ‘Le Donne del Vino’, la tenuta — sei ettari di vigneto e un ettaro e mezzo di oliveto — poggia sulla matrice carsica delle colline di gesso, unita alle sabbie gialle e a un profilo argilloso dei calanchi. Una stratificazione millenaria, capace di imprimere nei vitigni una sapidità e una mineralità affilate, espressione fedele del terroir.
La vocazione vitivinicola e olearia di queste terre è legata a doppio filo alla storia dell’Abbazia di Santa Cecilia della Croara. Presidiato fin dall’epoca etrusca e romana, il colle vide nascere nel 1095 il complesso religioso, affidato nel 1139 ai monaci Vallombrosani. I religiosi ne plasmarono il paesaggio introducendo la vite e l’olivo, e trasformando il monastero nel baricentro economico dell’intera area.
Una secolare continuità agricola, interrotta solo dalle disastrose gelate del 1750 e del 1830 che azzerarono la produzione olearia, rimasta sospesa fino alla fine degli anni Novanta. A restituire al territorio l’antico patrimonio arboreo è stato un progetto scientifico tra il Parco dei Gessi e l’Ibimet-CNR di Bologna, tradottosi nel reimpianto di varietà resilienti: Leccino, Frantoio e Correggiolo, accanto a Nostrana di Brisighella, Ghiacciola e Carbuncion di Carpineta.
Sopravvissuto ai frazionamenti del dopoguerra e rigenerato dai restauri sostenuti anche dal FAI, oggi l’intero complesso monastico è dichiarato dall’UNESCO Monumento messaggero di una cultura di pace. Al suo interno custodisce capolavori della scuola di Guido Reni, del Mastelletta e di Annibale Carracci.
Certificata biologica dal 2008, la Tenuta opera ben oltre i vincoli del disciplinare. L’irrigazione artificiale è bandita: costrette a cercare l’acqua in profondità, le viti spingono l’apparato radicale fino alle falde sotterranee. Uno stress idrico controllato, capace di concentrare il patrimonio organolettico dell’uva. Per contrastare l’erosione dei suoli sabbiosi i filari mantengono l’inerbimento spontaneo, mentre la difesa fitosanitaria esclude chimica di sintesi e diserbanti, affidandosi unicamente a rame, zolfo e macerati vegetali.
In cantina la mano è leggera, con un uso di solfiti estremamente limitato per lasciare intatta la firma del gesso e delle sabbie gialle. La produzione si concentra sulla vinificazione del Grechetto Gentile (Pignoletto) e della Barbera, affiancati dalMerlot, declinandosi in versioni ferme — tra bianchi, rossi e rosati — e rifermentati frizzanti sui lieviti.
Un rigore premiato dalla critica internazionale: il Biancospino (Pignoletto Superiore Docg 2018) ha conquistato il bronzo con 87 punti all’International Wine & Spirit Competition 2019. Sul fronte della sostenibilità, la rassegna ‘Parchi a Tavola’ di Legambiente e Federparchi ha celebrato come eccellenze del territorio sia il Pignoletto Frizzante Docg Biologico 2018 (premiato nel 2019) sia il rosso Viburno (Barbera Colli Bolognesi Doc, premiato nel 2021), sigilli fluidi nati dentro il Parco dei Gessi.
Foto: Tenuta Santa Cecilia Croara
Monastero dei Frati Bianchi – Fivizzano (Massa e Carrara)
Nella Lunigiana dei cento castelli, dove la Toscana lascia spazio alla viticoltura montana, la storia del vino si intreccia con i profili di antichi lignaggi e ordini monastici. Qui, l’azienda vitivinicola Monastero dei Frati Bianchi ha recuperato un territorio rimasto abbandonato per secoli, traducendo un profondo passato storico in un rigoroso progetto di rinascita produttiva.
Le origini del sito risalgono al VII secolo d.C., quando il nobile longobardo Ato donò questi possedimenti a Padre Fratellus per l’edificazione di un primo centro di culto. Sulle cui fondamenta, nel 1106, su impulso di Papa Pasquale II e del monaco benedettino Bernardo degli Uberti, sorse un nuovo monastero dedicato a San Michele. Annesso alla potente Abbazia di Canossa, il complesso fu affidato ai canonici regolari, ribattezzati “Frati Bianchi” per il candore del saio e l’inflessibile rigore della regola.
Successivamente, il borgo e il cenobio passarono alla famiglia emiliana dei D’Herberia di Rubiera, che vi stabilì il proprio centro amministrativo e sepolcro gentilizio. La vita monastica si interruppe intorno al 1500, quando l’ascesa dei marchesi Malaspina in Lunigiana stravolse gli equilibri geopolitici dell’area, lasciando alla Parrocchia del Monte dei Bianchi il ruolo di unico presidio ecclesiastico della zona.
Dopo secoli di oblio, la rinascita agricola si avvia nella primavera del 2004 con l’opera di Giorgio Tazzara, incentrata sul recupero e sul reimpianto dei vecchi vigneti del monastero. Nel 2019, l’ingresso in società della famiglia Bernardini amplia i confini della produzione: allo storico vigneto del “Monte dei Bianchi” si affianca il nuovo appezzamento “La Rocca”, inaugurando una stagione di forte slancio e innovazione.
La qualità delle etichette riflette l’identità del terroir di Massa Carrara. Qui, l’altitudine e la costante ventilazione offrono una naturale difesa contro il cambiamento climatico, preservando le escursioni termiche e la freschezza acida delle uve. L’esposizione a Sud-Ovest garantisce un forte irraggiamento solare, mentre il suolo, ricco di galestro e alberese, assicura un drenaggio idrico ottimale, spingendo le radici in profondità e favorendo così un’elevata concentrazione estrattiva e aromatica.
Se il debutto aziendale si è affidato alla riconoscibilità di varietà internazionali come Syrah e Merlot, l’orientamento attuale punta con decisione sul recupero del patrimonio autoctono della Lunigiana. I nuovi impianti del podere ‘La Rocca’ sono infatti dedicati ai vitigni storici riscoperti, come Barsaglina e Pollera a bacca rossa, affiancati da un comparto di bianchi che unisce gli autoctoni Durella, Albarola e Vermentino alla struttura dello Chardonnay. Un dualismo che si traduce in etichette capaci di restituire l’identità più autentica del territorio.
Foto: Monastero dei Frati Bianchi
Castello di Magione (Perugia)
Noto per la Congiura della Magione (1502), descritta da Niccolò Machiavelli nel Principe, il castello nasce – con tracce documentali risalenti al 1171 – come ospedale fortificato dai Cavalieri Gerosolimitani per assistere i pellegrini sulla via di Gerusalemme, presidio umbro di quello che diverrà l’Ordine di Malta. È la firma dell’architetto bolognese Fioravante Fioravanti, nel XV secolo, a completare l’evoluzione dell’edificio da ricovero a struttura fortificata a pianta quadrata, serrata da quattro torrioni angolari e ingentilita dalla corte loggiata; una dimora storica scelta poi negli anni Sessanta del Novecento come residenza estiva dal Principe e Gran Maestro Fra’ Angelo de Mojana di Cologna.
Gli scudi araldici delle casate più illustri, nella Sala dei Gran Maestri, anticipano l’accesso all’appartamento della suprema autorità dell’Ordine. Nella parte più antica del complesso, la cappella romanica dedicata a San Giovanni Battista custodisce due affreschi della scuola del Pinturicchio: una Natività il cui volto della Vergine, per finezza esecutiva, rimanda direttamente alla mano del Maestro.
L’Ordine di Malta in Italia firma una delle realtà vitivinicole più autorevoli dell’Umbria. Il centro produttivo fa capo al Castello di Magione, i cui terreni beneficiano del microclima mitigato dal Lago Trasimeno e uniscono alle storiche produzioni di vino, olio e cereali la salvaguardia di un’oasi naturalistica di grande ricchezza biologica.
In questo ecosistema protetto, il vigneto aziendale di 550 ettari, viene interamente espiantato e ripiantato alla fine degli anni Novanta attraverso un profondo lavoro di zonazione, con filari disposti lungo pendenze argillose tra i 250 e i 350 metri di altitudine. Sotto la direzione tecnica di Fabrizio Leoni, la produzione – riavviata nel 2000 – è stata potenziata nel 2009 con l’entrata in funzione di una cantina, dimensionata su 5.000 ettolitri e ricavata dal recupero architettonico di un vecchio essiccatoio di tabacco.
Sul fronte varietale, la conduzione viticola individua la massima vocazionalità nel Grechetto, declinato in due biotopi differenti a favore di una maggiore complessità strutturale e della tipica scia sapido-mandorlata. Ad affiancarlo nella spina dorsale dei bianchi della DOC Colli del Trasimeno, intervengono vitigni internazionali e storici complementari come lo Chardonnay e il Sauvignon Blanc, introdotti per apportare precisione aromatica, freschezza e potenziale di evoluzione, supportati dal Trebbiano, fedele interprete della tradizione locale utilizzato per garantire equilibrio e verticalità alla beva.
La produzione a bacca rossa esprime un dualismo tra le varietà tradizionali del territorio, come Sangiovese e Canaiolo, affiancate dagli internazionali Merlot e Cabernet Sauvignon, e due precise scelte enologiche.
Da un lato il Gamay del Trasimeno, uno dei vanti agronomici della tenuta: un biotipo specchio dell’identità del Beaujolais, capace di regalare rossi di straordinaria fragranza, articolati su cenni di piccoli frutti rossi e spezie fini, distanti dalle interpretazioni più massicce.
Dall’altro il Pinot Nero di Scuola Borgognona, un progetto di assoluto rigore qualitativo i cui cloni provengono direttamente dai suoli della mitica maison Romanée-Conti, selezionati e introdotti dal celebre vivaista Pierre-Marie Guillaume; tale nobile vitigno trova nei suoli argillosi e nelle escursioni termiche del Trasimeno un habitat capace di esprimere finezza ed eleganza filigranata.
Foto: Castello di Magione
Abbazia di Santa Maria di Propezzano – Morro d’Oro (Teramo)
Nelle colline teramane, a circa duecento metri di altitudine, l’Abbazia di Santa Maria di Propezzano beneficia degli influssi mitigatori dell’Adriatico e delle correnti fresche discendenti dal Gran Sasso. Nel territorio di Morro d’Oro, il monastero rappresenta uno degli esempi più significativi del romanico abruzzese, preservando intatta la storica funzione di presidio agricolo.
Se le origini del sito si legano alla leggendaria apparizione mariana del 715 d.C. a tre arcivescovi tedeschi — da cui la fondazione della chiesa dedicata a Santa Maria Propiziatrice —, la storia dell’abbazia trova testimonianza nell’epigrafe incisa nel 1285 su uno degli archi interni della chiesa, a memoria dell’evoluzione monumentale del complesso avviata dai monaci benedettini già a partire dall’anno Mille. Bisogna però aspettare il 1303 per vedere completata la chiesa con la messa in opera, sul lato nord, della Porta Santa scolpita dalla bottega di Raimondo del Poggio — maestro scalpellino già noto per i suoi lavori al Duomo di Atri —, mentre nel 1371, data incisa sulla campana, viene ultimato il campanile.
Dopo la soppressione, nel 1811, del convento dei frati minori osservanti, il destino dell’abbazia si è legato indissolubilmente alla famiglia Savini. I nuovi proprietari avviarono un’attenta opera di restauro, salvaguardando il patrimonio architettonico e, al contempo, assecondando la vocazione agricola.
Un’eredità custodita nell’assetto attuale della tenuta, oggi estesa su 80 ettari, di cui 20 dedicati a vigneti storici coltivati rigorosamente con vitigni autoctoni — Montepulciano d’Abruzzo, Trebbiano, Passerina e Pecorino. La geometria dei filari si integra con la presenza di 900 ulivi secolari, custodi di cultivar autoctone rare quali il Tortiglione, il Cucco e la Dritta, condotti secondo pratiche agronomiche a basso impatto ambientale.
Negli anni Settanta, l’etichetta ‘Abbazia di Propezzano‘ è stata una delle primissime a scommettere sul potenziale del vino teramano, esportandone il nome in Italia e nel mondo. Oggi quell’impegno si rinnova nelle cantine del monastero, tornate pienamente operative. Al loro interno, le più moderne tecnologie di vinificazione rispettano i tempi e i modi della tradizione, espressione autentica della storia e del terroir di questo angolo d’Abruzzo.
Foto: Abbazia di Propezzano
Foto in evidenza: Castello di Magione
Alessandra Fiori