Dall’Ora et Labora alla precisione enologica: il viaggio millenario dei monaci custodi della vite, tra silenzio, terroir e rinascita dei vitigni autoctoni.
Pochi gruppi hanno influenzato l’evoluzione enologica come i monaci cristiani. Intorno al V secolo, mentre il declino dell’Impero Romano trascinava nell’oblio le competenze agronomiche classiche, i monasteri emersero come baluardi di stabilità, custodi di una viticoltura che altrimenti sarebbe andata perduta. Se oggi la tradizione brassicola monastica appare quantitativamente più diffusa nel mondo — con circa 180 comunità attive — l’universo dei vini d’abbazia si definisce attraverso una geografia estremamente selezionata. Con meno di cinquanta produttori tra Italia, Francia e Benelux, queste realtà rappresentano oggi una testimonianza di resilienza colturale.
L’eredità di questa custodia è rintracciabile nelle radici dei nomi più celebri dell’enologia contemporanea. Ai Benedettini si deve l’affermazione di vitigni e denominazioni come il Cirò, il Greco di Tufo e di Gerace, il Ragnano, la Freisa, il Monsonico e il Santa Maddalena. I Cistercensi furono protagonisti nel Gattinara e nella Spanna, oltre a determinare la fortuna del Riesling in Germania, diffuso su larga scala fin dal XV secolo dai monaci di Eberbach.
L’influenza degli ordini cavallereschi e religiosi prosegue con i Cavalieri di Malta, architetti del Bardolino, del Soave, della Valpolicella e dei vini dei Colli del Trasimeno; i Gesuiti hanno legato il proprio nome al Lacrima Christi, i Templari al Locorotondo e i Monaci Scalzi alla viticoltura dei Colli Euganei.
L’impegno tra i filari, storicamente ricondotto alla sintesi benedettina Ora et Labora — pur non figurando testualmente nella Regola — elevò l’agricoltura a dovere etico e spirituale. Furono soprattutto i Cistercensi a rivoluzionare l’approccio al suolo, interpretando il lavoro come cura diretta e manuale della terra: a loro si deve la codifica di sistemi complessi come le marcite e la trasformazione della viticoltura in una disciplina scientifica. Sotto la guida del prepositus, i patres vinearum (i padri della vigna) perfezionarono il filare indipendente, le tecniche di innesto e l’uso sistematico della concimazione, con l’obiettivo di garantire un vino di assoluta purezza per il mistero della transustanziazione.
I monaci furono i primi, autentici ingegneri del terroir. Attraverso una documentazione meticolosa che non ha eguali nell’epoca medievale, mapparono i lotti più vocati, identificarono le attitudini pedoclimatiche dei singoli vitigni e gettarono le basi per i moderni sistemi di classificazione e zonazione. Bonifiche, drenaggi, sovesci e rotazioni colturali d’avanguardia permisero di domare territori ostili, trasformandoli in cru leggendari.
Questa saggezza sopravvive oggi in una gestione di minuziosa artigianalità. Le attuali realtà monastiche, spesso certificate biologiche, si distinguono per produzioni ricercate e volumi limitati. In questo speciale, attraversiamo l’Italia alla scoperta di quei chiostri dove ogni calice si fa interprete di una sapienza antica, oggi più contemporanea che mai.
NORD-EST: I VINI D’ABBAZIA TRA RIGORE ALPINO E MISTICISMO LAGUNARE
Un viaggio tra le vette dell’Alto Adige, l’aristocrazia della Ponca friulana e i vigneti storici di Venezia e Valdobbiadene.
Abbazia di Novacella (Alto Adige)
Muri-Gries (Alto Adige)
Abbazia di Rosazzo (Friuli)
San Francesco della Vigna (Veneto)
Abbazia di Praglia (Veneto)
Convento dell’Immacolata di S. Pietro di Barbozza (Veneto)
Abbazia di Novacella – Novacella, frazione di Varna (Bolzano)
Situata a Varna, l’Abbazia di Novacella rappresenta uno dei più antichi e autorevoli baluardi vitivinicoli al mondo, con una tradizione ininterrotta che risale alla sua fondazione nel 1142 per opera del Beato Artmanno. I vigneti abbaziali, i più settentrionali d’Italia, si inerpicano sui ripidi pendii della conca di Bressanone tra i 600 e i 900 metri di altitudine, dove i suoli ricchi di minerali e le decise escursioni termiche alpine forgiano bianchi di rara verticalità e nitidezza.
Questa eredità dei Canonici Agostiniani, orientata alla custodia del Creato e alla sostenibilità — azienda a emissioni zero già dal 1992 — si estende strategicamente anche verso sud, nei poderi di Mariaheim a Bolzano e Marklhof a Cornaiano, siti d’elezione per la struttura e l’eleganza di Lagrein e Pinot Nero.
La produzione, supervisionata con rigore tecnico dal maestro cantiniere Celestino Lucin, si articola in una gerarchia qualitativa che vede nella Linea Praepositus l’eccellenza dei cru aziendali, capaci di sfidare il tempo con Sylvaner, Kerner e Riesling di straordinaria longevità. Accanto alla freschezza varietale della Linea Classica, l’Abbazia esplora nuove frontiere enologiche con la gamma Insolitus, dedicata alla sperimentazione e alle sfide del cambiamento climatico, e con i prestigiosi monovigneti Stiftsgarten e Vigna Oberhof.
Con l’80% della produzione (800.000 bottiglie l’anno) focalizzato sui bianchi della Valle Isarco, Novacella riconferma ogni anno una cifra tecnica esemplare, dove la sapidità inconfondibile del calice si fa interprete di quasi nove secoli di sapienza agostiniana.
Foto: Courtesy of Abbazia di Novacella
Muri-Gries – Bolzano
L’assetto viticolo dell’Abbazia di Muri-Gries, consolidatosi nel 1845 con il subentro dei Benedettini svizzeri ai Canonici Agostiniani, si estende attualmente su una superficie di 60 ettari distribuiti tra la conca di Bolzano e l’altopiano dell’Oltradige. La gestione agronomica differenzia i siti produttivi in base alla specifica vocazione pedoclimatica: i terreni alluvionali e caldi di Gries-Moritzing sono destinati alla valorizzazione del Lagrein, mentre i siti di Appiano e San Michele, situati a quote altimetriche superiori e caratterizzati da una maggiore ventilazione, sono riservati alle varietà burgunde, in particolare Pinot Bianco e Pinot Nero.
Il centro operativo e qualitativo della tenuta è la Vigna Klosteranger, un monovigneto storico di 2,8 ettari racchiuso dalle mura abbaziali; qui, una ricerca ventennale ha permesso di selezionare oltre venti biotipi di Lagrein, garantendo una produzione basata su basse rese e alta concentrazione estrattiva.
L’attività enologica è fortemente specializzata, con l’80% della produzione dedicata ai vini rossi e un protocollo di vinificazione che integra l’uso di acciaio, botti grandi e barrique. Il Lagrein viene declinato in tre stili tecnici: il tradizionale Kretzer (rosato), vinificato interamente in acciaio per preservare acidità e fragranza; la linea classica, affinata in parte in legno grande; e le selezioni Abtei Muri e Vigna Klosteranger. Per queste Riserve, ottenute da vigneti con piante risalenti anche agli anni ’30, è previsto un affinamento compreso tra i 14 e i 19 mesi in barrique, volto a stabilizzare il colore e ad affinare la trama tannica.
La gamma è completata dai bianchi d’altura di Appiano e dalla linea sperimentale Insolitus, che esplora nuove tecniche di micro-vinificazione per rispondere ai mutamenti climatici, mantenendo il rigore analitico che contraddistingue la produzione della cantina conventuale.
Foto: Muri-Gries
Abbazia di Rosazzo – Rosazzo, frazione di Manzano (Udine)
Situata nel quadrante meridionale dei Colli Orientali del Friuli, a 176 metri di altitudine, l’Abbazia di Rosazzo domina un anfiteatro naturale protetto dalle Prealpi Giulie e mitigato dalle brezze dell’Adriatico. Il terroir è definito dalla “Ponca” — marne e arenarie di origine eocenica — che conferisce ai vini una tensione minerale e una sapidità distintive. La vocazione viticola, introdotta dai monaci benedettini di Milstatt alla fine del XIII secolo, è sancita da testimonianze storiche come il mandato del Patriarca Bertrando del 1341, che imponeva l’impianto delle viti sotto minaccia di scomunica.
In queste terre hanno trovato il proprio habitat d’elezione varietà autoctone d’eccellenza come la Ribolla Gialla — storicamente riservata alla mensa del Doge di Venezia — il Picolit e il Pignolo, valorizzati da una sistemazione agraria che dal 1979 ha ripristinato le storiche terrazze vitate. Dal 2009, la conduzione degli storici vigneti è affidata all’azienda Livio Felluga, che opera con una gestione attenta e rese per ceppo estremamente contenute per garantire la massima concentrazione qualitativa. La cantina d’invecchiamento, risalente alla fine del Duecento, rappresenta l’ambiente ipogeo più antico della regione: uno spazio caratterizzato da soffitti a volta e pavimenti in acciottolato dove l’inerzia termica naturale favorisce l’affinamento dei grandi bianchi.
L’espressione più autorevole della tenuta è il Rosazzo DOCG, un blend magistrale a base Friulano con Sauvignon, Pinot Bianco, Malvasia e Ribolla Gialla, capace di coniugare profumi di rara finezza a una struttura aristocratica volta alla longevità. Questo legame millenario tra uomo, fede e viticoltura è oggi celebrato dal Vigne Museum, un’installazione che trasforma il paesaggio in un laboratorio culturale permanente.
Foto: Courtesy of Abbazia di Rosazzo
San Francesco della Vigna – Venezia
Nel sestiere veneziano di Castello, affacciato sulla laguna nord, il complesso di San Francesco della Vigna custodisce il vigneto urbano più antico della Serenissima, le cui radici affondano in un lascito testamentario del 1253 firmato da Marco Ziani. Questo luogo, dove l’ascesi francescana incontra le vette del Rinascimento — con la chiesa progettata da Jacopo Sansovino nel 1534 e la monumentale facciata di Andrea Palladio — si configura come un palcoscenico di misticismo e cultura unico al mondo. Tra chiostri ricchi di simbologie, opere del Veronese e del Bellini e una biblioteca che vanta un patrimonio di oltre 200.000 volumi, la vigna rappresenta un hortus conclusus, preservato con rigore all’interno dell’area di clausura.
La rinascita enologica del sito, avviata nel 2019 grazie alla partnership tra i frati minori e il Gruppo Santa Margherita, ha trasformato i 1.890 metri quadrati di terra lagunare in un laboratorio di viticoltura d’avanguardia. I filari, coltivati ad alberello e in conversione biologica, vedono oggi protagoniste le varietà tradizionali Glera e Malvasia, capaci di tradurre nel calice la sapidità di un terreno posto a un soffio dall’acqua. Il vertice di questa produzione è l’Harmonia Mundi, uno Spumante Metodo Charmat in tiratura limitatissima di soli 1.107 esemplari numerati — cifra che richiama simbolicamente la lunghezza del vigneto — presentato in bottiglie serigrafate e racchiuse in cofanetti realizzati con legno di briccole dismesse, sintesi perfetta tra l’estetica lagunare e la precisione tecnica d’abbazia.
Foto: San Francesco della Vigna
Abbazia di Praglia – Bresseo, frazione di Teolo (Padova)
Alle pendici dei Colli Euganei, l’Abbazia di Praglia — il cui nome evoca le antiche Pratàlia — si erge come il cuore pulsante della spiritualità benedettina in Italia, ospitando la comunità maschile più numerosa del Paese. Qui, la viticoltura ha vissuto una rinascita d’eccellenza a partire dal 2011, coniugando una saggezza millenaria con protocolli tecnologici d’avanguardia volti alla ricerca del bonum vinum purum. I 10 ettari vitati, condotti in regime biologico tra la pianura e le alture che superano i 500 metri, poggiano su suoli di matrice vulcanica che conferiscono ai vini una tensione minerale inconfondibile.
All’interno di cantine quattrocentesche magistralmente voltate, la meticolosa cura manuale dei monaci trasforma varietà storiche come Garganega, Friularo (Raboso) e Moscato Fior d’Arancio in etichette dalla cifra stilistica rigorosa e identitaria. La produzione trova il suo vertice espressivo nel Metodo Classico Domnus Abbas, un raffinato assemblaggio di Chardonnay, Garganega e Raboso che sosta 36 mesi sui lieviti, rivelando una complessità e una persistenza aromatica intensa sfumata su note di crosta di pane, finissimo perlage e una vibrante scia sapido-minerale sul finale. La gamma si articola con coerenza tecnica attraverso il rosso Decanus, solida interpretazione di Merlot e Cabernet Sauvignon, e il prezioso Claustrum, un passito da uve Moscato, quintessenza della dolcezza meditativa.
Ogni sorso riflette l’equilibrio di un ecosistema dove il restauro dei libri antichi, la cura della biblioteca monumentale e l’apicoltura si fondono in un’unica filosofia di precisione ed etica per farsi narrazione di un territorio unico.
Foto: Abbazia di Praglia
Convento dell’Immacolata di S. Pietro di Barbozza – San Pietro di Barbozza, frazione di Valdobbiadene (Treviso)
Lungo la storica Strada del Prosecco, tra i vigneti di San Pietro di Barbozza, il Convento dell’Immacolata rappresenta da oltre un secolo un presidio fondamentale per la viticoltura d’altura di Valdobbiadene. La conduzione agronomica si sviluppa su una superficie collinare caratterizzata da una pendenza scoscesa, dove la particolare esposizione solare e la matrice minerale del suolo favoriscono una maturazione fenolica ottimale, traducendosi in acini dalla spiccata concentrazione zuccherina. La tutela del Pucinum, vitigno le cui origini documentate risalgono al II secolo a.C. (citato storicamente come il vino prediletto dell’imperatrice Livia), oggi considerato il nobile antenato delle varietà locali e qui coltivato come preziosa risorsa identitaria del territorio.
Da qui l’approccio in cantina, dove vendemmie rigorosamente manuali e una vinificazione di minuziosa artigianalità preservano la fragranza del frutto e quella caratteristica scia amarognola che definisce l’identità sensoriale del Convento. Il vertice qualitativo si esprime nel Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG “Colle del Santo”, declinato nei dosaggi Brut ed Extra Dry come emblema di nitore olfattivo e armonia strutturale. Il racconto enologico si completa con il Prosecco DOC Treviso Millesimato “Colle dell’Eremo”, dove la Glera incontra piccoli apporti di biotipi storici come il Verdiso; un’etichetta che testimonia la meticolosa dedizione della comunità monastica nel nobilitare l’arte della cuvée nella Marca Trevigiana.
Convento dell’Immacolata di S. Pietro di Barbozza
NORD-OVEST: I VINI D’ABBAZIA DAI CLIMAT DELLA FRANCIACORTA AI TERRAZZAMENTI DI MARE
L’eccellenza lombarda incontra la ricerca sull’autoctono del Piemonte e l’eroica viticoltura ligure.
Convento dell’Annunciata (Lombardia)
Monastero di Bose (Piemonte)
Convento Monte Carmelo (Liguria)
Convento Santissima Annunciata – Rovato (Brescia)
Sul Monte Orfano, estremo confine meridionale della Franciacorta, il Convento Santissima Annunciata rappresenta un unicum geologico e viticolo, dove antichi terrazzamenti risalenti all’anno Mille convivono con un microclima di transizione tra influssi mediterranei e subalpini. Fondato nel 1449 dall’Ordine dei Servi di Maria, il complesso custodisce una vigna storica di 5,45 ettari, affidata nel 1984 da Frate Sebastiano a Vittorio Moretti (Bellavista) per un progetto di recupero e valorizzazione dei “cru” d’abbazia. Da questa gestione puntuale nasce il recupero del patrimonio genetico delle viti antiche, custodi di un terroir unico, esposto a pieno sud e protetto naturalmente dai boschi secolari del rilievo morenico.
Questo rigore si traduce in due etichette dalla spiccata personalità: lo Chardonnay Convento Santissima Annunciata — che matura 12 mesi in piccole botti di rovere usate prima di un affinamento biennale in bottiglia — e il Merlot “Zuanne”. Cru della Vigna Brera, dedicato alla memoria del giornalista Gianni Brera, affronta un’evoluzione di 16 mesi in legno seguita da un anno di riposo in cantina.
Se lo Chardonnay si distingue per l’equilibrio tra la freschezza delle acidità settentrionali e l’intensità aromatica mediterranea, il Merlot esprime una struttura vellutata e una complessa trama fruttata, confermando il Convento come un laboratorio d’eccellenza dove la ricerca enologica di Bellavista si fonde con la secolare eredità dei Servi di Maria.
Foto: Convento Santissima Annunciata
Monastero di Bose – Magnano (Biella)
Nella quiete della Serra d’Ivrea, il Monastero di Bose rappresenta una voce contemporanea e autorevole nel panorama dei vini monastici. La comunità, nota per la sua apertura ecumenica, applica alla terra la stessa cura dedicata allo studio delle Scritture. La viticoltura qui è condotta secondo i principi dell’agricoltura biologica, con l’obiettivo di preservare la biodiversità di un territorio collinare prezioso.
La produzione di Bose si distingue per un approccio etico e sostenibile, volto a valorizzare i vitigni autoctoni del Piemonte. I vini del Monastero sono il risultato di un lavoro che cerca l’essenza della materia prima, evitando forzature enologiche per restituire nel calice la verità del terroir biellese. È una realtà che dimostra come la tradizione monastica sappia evolversi, parlando il linguaggio moderno della responsabilità ambientale.
Convento Monte Carmelo – Loano (Savona)
Arroccato su un’altura di Loano affacciata sul mare, il complesso monumentale del Convento si articola intorno alla Chiesa della Beata Vergine, eretta nel 1609, e al secentesco Palazzo dei Principi Doria. Un nucleo storico di eccezionale valore, completato da un’antica torre di avvistamento e da un’ampia estensione agricola che ne cinge le mura. Qui, i Frati Carmelitani Scalzi gestiscono un’azienda agricola eterogenea dove la viticoltura convive con oliveti, agrumeti e orti, rappresentando la primaria fonte di sussistenza della comunità. L’attività produttiva si estende all’apicoltura e alla trasformazione biologica di confetture, oli e sciroppi, distribuiti attraverso una fattoria interna dedicata alla valorizzazione dei prodotti naturali del convento.
La produzione vitivinicola si concentra sulla valorizzazione del Vermentino Riviera Ligure DOC, un’etichetta ottenuta da una lavorazione interamente manuale su antichi terrazzamenti caratterizzati da un’esposizione solare e una ventilazione costanti. La conduzione agronomica segue un ciclo biologico integrato: l’inerbimento permanente del suolo è gestito tramite il pascolo diurno degli animali da corte, che provvedono naturalmente alla concimazione e alla movimentazione della terra, riducendo drasticamente la necessità di interventi fitosanitari. Ne deriva un bianco da 13° alcolici, contraddistinto da un’acidità sostenuta e sentori fruttati nitidi, prodotto in volumi limitati seguendo i rigidi parametri del disciplinare biologico.
Foto: Convento Monte Carmelo
CENTRO ITALIA: I VINI D’ABBAZIA DAL SANGIOVESE DI TRADIZIONE ALL’ESPRESSIONE VULCANICA
Dalle grandi abbazie toscane custodi del Chianti Classico ai suoli vulcanici del Lazio, dove il silenzio si fa calice.
Abbazia di Monte Oliveto Maggiore (Toscana)
Monastero di Camaldoli (Toscana)
Badia a Passignano (Toscana)
Fattoria La Poggerina (Toscana)
Monastero di Siloe (Toscana)
Monastero di Vitorchiano (Lazio)
Abbazia di Casamari (Lazio)
Abbazia di Valvisciolo (Lazio)
Abbazia di Monte Oliveto Maggiore – Chiusure, frazione di Asciano (Siena)
Sul crinale di una collina nel cuore delle Crete Senesi, l’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore rappresenta un esempio monumentale di “città in forma di monastero”. Fondato il 26 marzo 1319 dal nobile senese Giovanni Tolomei (San Bernardo Tolomei), il complesso è la dimora ininterrotta di una comunità olivetana che oggi conta circa trenta monaci dediti alla preghiera e al lavoro agricolo. Nel corso dei secoli, l’opera monastica ha modellato un ambiente originariamente selvaggio in un’oasi di biodiversità, dove vigneti e oliveti si alternano ai precipizi naturali delle crete; un’eredità agraria attestata fin dalle bolle di fondazione e dettagliata già tra il 1348 e il 1370 nei registri del monaco Fra Lando di Feo di Arezzo.
L’atto di nascita della produzione vitivinicola risale ai 200 iugeri (16 ettari) di Accona, storicamente conferiti dal fondatore insieme ai possedimenti di Patrizio Patrizi a Melanino. Oggi la superficie vitata conta 8 ettari in regime biologico, la cui cifra tecnica è affidata all’enologo Gianni Terzuoli, interprete di una memoria familiare legata all’Abbazia da sette generazioni. Nel vigneto domina il Sangiovese, declinato in espressioni di spiccata personalità quali il Sancte Benedicte e il Toscana Rosso 1319, quest’ultimo vigoroso assemblaggio rifinito da Merlot e Cabernet Sauvignon. Perfetto compimento della gamma sono i passiti, guidati dal Santo dell’Abbate, che matura per oltre tre anni nella cantina trecentesca, avvolto dai capolavori affrescati del Sodoma e di Luca Signorelli.
Foto: Abbazia di Monte Oliveto Maggiore
Monastero di Camaldoli – Camaldoli, frazione di Poppi (Arezzo)
Nel Casentino, la “Mausolea” rappresenta l’evoluzione della grancia benedettina verso una viticoltura di precisione. Edificata nel 1492 per volere del Priore Generale Pietro Delfino su preesistenze del XIII secolo, la struttura è il fulcro economico e spirituale della comunità camaldolese. I vigneti, disposti lungo l’Archiano su declivi a forte pendenza esposti a est, impongono una gestione manuale rigorosa, quasi eroica. Qui, un uvaggio che comprende Sangiovese, Canaiolo e varietà internazionali come Merlot e Syrah trova il suo compimento in ipogei storici dove la stabilità termica e botti risalenti al 1753 garantiscono un’evoluzione protetta da vibrazioni e correnti d’aria.
La cifra tecnica si esprime nella ricerca di una purezza estrattiva che trova nel Mausolea Rosso il suo apice sperimentale: un blend di Montepulciano e Canaiolo gestito in assenza di solfiti aggiunti, scelta che privilegia l’integrità del frutto e la verità del terroir. Accanto ad esso, il Borbotto Rosso IGT delinea un profilo più dinamico, centrato sulla fragranza dei piccoli frutti rossi e sulla freschezza gustativa. Entrambe le etichette riflettono l’antico precetto camaldolese che eleva il vino a veicolo di qualità superiore, seguendo il rigore della massima salmica Vinum laetificat cor hominis.
Foto: Monastero di Camaldoli
Badia a Passignano – Badia a Passignano, frazione di Barberino Tavarnelle (Firenze)
Nel cuore di Tavarnelle Val di Pesa, l’insediamento di Badia a Passignano rappresenta uno dei vertici della cultura monastica legata alla vite. Fondata in epoca altomedievale e passata nel 1049 ai Vallombrosani — congregazione benedettina storicamente dedita alla viticoltura — la struttura è oggi parte integrante del patrimonio dei Marchesi Antinori. Sotto il monastero si estendono le antiche cantine del X secolo: un ambiente ipogeo caratterizzato da soffitti a volta e mura possenti che garantiscono, in modo naturale, l’inerzia termica e l’igrometria costante necessarie per l’affinamento dei grandi rossi.
Il vertice qualitativo della tenuta si esprime nel Chianti Classico Gran Selezione “Badia a Passignano”, un Sangiovese in purezza frutto di una selezione rigorosa dei 65 ettari circostanti l’abbazia. Il protocollo enologico prevede una fermentazione di circa 10 giorni seguita da una maturazione di 12 mesi in barrique di rovere ungherese, processo che forgia un vino dal colore rubino e dal profilo vellutato, sorretto da tannini setosi e da un bouquet complesso di frutta matura e spezie dolci. Naturale estensione di questo terroir è l’Osteria di Passignano, tavola stellata dove lo chef Matteo Lorenzini traduce l’essenzialità toscana in una cucina di radice storica, capace di dialogare per affinità ed eleganza con i vini della Badia.
Foto: Badia a Passignano
Fattoria La Poggerina – Figline e Incisa Valdarno (Firenze)
Gestita dai Frati Servi di Maria nei pressi di Firenze, la Fattoria La Poggerina porta avanti una tradizione vitivinicola di grande nitidezza. Il cuore della produzione è rappresentato dal Rosso Chianti DOCG La Poggerina, ottenuto integralmente da uve Sangiovese. Il vino si presenta con un colore rubino luminoso e un profilo sensoriale che equilibra una naturale dolcezza al palato con un finale asciutto e persistente.
La fattoria è altrettanto rinomata per il suo Vinsanto del Chianti DOC, un nettare ambrato invecchiato in carati di castagno. Caratterizzato da un profumo intensamente aromatico, rappresenta l’accompagnamento ideale per la pasticceria secca tradizionale, mantenendo viva una pratica di affinamento che rispetta i tempi lenti della vita monastica.
Foto: Fattoria La Poggerina
Monastero di Siloe – Poggi del Sasso, frazione di Cinigiano (Grosseto)
Situato su un colle a Poggi del Sasso, il Monastero di Siloe domina la Valle dell’Ombrone volgendo lo sguardo verso il Monte Amiata, la Val d’Orcia e il litorale dell’Uccellina. La comunità, riconosciuta ufficialmente nel 1997 dal Vescovo Giacomo Babini, conduce il podere “Le Pescine” — nome legato a una sorgente che richiama simbolicamente la piscina di Siloe a Gerusalemme — seguendo i dettami dell’agricoltura biologica. Il progetto agricolo è incentrato sul recupero di varietà ancestrali: nei terreni monastici convivono il grano mesopotamico Triticum Turanicum, il farro, il raro cece nero e oliveti composti dalle cultivar frantoiano, leccino e moraiolo.
Il vino è il rosso La Grangia, una pura espressione di Ciliegiolo, vitigno storico della zona.
Ciliegiolo, vitigno autoctono maremmano coltivato in un vigneto di circa mezzo ettaro c di oltre cinquant’anni d’età. Vinificato interamente in acciaio per circa nove mesi, al fine di salvaguardare la fragranza originaria del frutto. Al calice il vino esprime la solarità del territorio attraverso un profilo vellutato e armonico, privo di sofisticazioni enologiche, puntando su una piacevolezza immediata e su una pulizia tecnica che testimonia l’attenzione meticolosa dei monaci in ogni fase della filiera.
Foto: Monastero di Siloe
Monastero delle Suore Trappiste di Vitorchiano – Vitorchiano (Viterbo)
Nella Tuscia viterbese, 80 monache trappiste vivono secondo una stretta osservanza della Regola di San Benedetto, fatta di silenzio e lavoro manuale. I loro quattro ettari di vigneto, coltivati con metodi biologici su suoli vulcanici, danno vita a vini bianchi di culto, prodotti senza lieviti aggiunti e con tecniche artigianali che escludono trattamenti invasivi.
Il vino più rappresentativo è il Coenobium, un bianco da uve Trebbiano, Malvasia e Verdicchio. Di grande fascino è il Coenobium Ruscum, che subisce una macerazione sulle bucce di almeno 15 giorni, acquisendo una struttura e una profondità rare per la tipologia. La produzione include anche il rosso Benedic, un uvaggio di Sangiovese, Ciliegiolo e Merlot.
Foto: Monastero delle Suore Trappiste di Vitorchiano
Abbazia di Casamari – Veroli (Frosinone)
Considerata uno dei più alti esempi di architettura gotico-cistercense in Italia, l’Abbazia di Casamari (Veroli) è un centro pulsante di attività che vanno ben oltre la liturgia. Fondata nel 1030, ha visto la propria rinascita grazie ai monaci Cistercensi che hanno introdotto tecniche agricole innovative e una gestione rigorosa del patrimonio fondiario. Ancora oggi, la comunità monastica è custode di una tradizione che vede la vite al centro dell’economia abbaziale.
I monaci di Casamari producono vini bianchi e rossi che riflettono la sobrietà e la forza dell’ordine. La produzione si affianca ad altre attività storiche come la farmacia, la liquoreria e il restauro di libri antichi. Le etichette di Casamari sono espressioni schiette del territorio, figlie di una gestione che non ha mai abbandonato il legame con la terra laziale e la precisione tecnica tipica dei Cistercensi.
Foto: Abbazia di Casamari
Abbazia di Valvisciolo – Sermoneta (Latina)
Ai piedi del Monte Corvino, in una posizione che domina la pianura pontina, l’Abbazia di Valvisciolo incanta per la sua austera bellezza cistercense. Fondata originariamente intorno all’anno Mille dai monaci basiliani e passata poi ai Cistercensi nel XII secolo, l’abbazia ha mantenuto nei secoli una forte vocazione agricola.
L’abbazia gestisce circa sei ettari di vigneti, dedicati prevalentemente alla coltivazione del Merlot, affiancato da varietà locali come il Cacchione bianco, la Malvasia e il Trebbiano. La produzione annua di circa 40.000 litri è un tesoro destinato quasi esclusivamente alla vendita diretta locale. Il vino di Valvisciolo è il frutto di una viticoltura che rispetta i ritmi della natura, un assaggio autentico della storia enologica dei Monti Lepini.
Foto: Abbazia di Valvisciolo