Il consorzio archivia il 2025 con 2 milioni di bottiglie (+10%) e 500 ettari vitati. Dopo la vetrina di marzo nella Grande Mela, il direttore Paolo Rossino traccia il bilancio da Palazzo Brancaccio.
Il Consorzio Alta Langa consolida il suo posizionamento d’eccellenza nel panorama delle grandi bollicine italiane, archiviando un 2025 da record. Con 2 milioni di bottiglie commercializzate e un incremento delle vendite del 10%, la denominazione dimostra una vitalità straordinaria. A testimoniare la crescita è anche l’estensione della superficie vitata, salita a 500 ettari nelle province di Cuneo, Asti e Alessandria, per un valore complessivo del comparto stimato in 250 milioni di euro. Una filiera forte e coesa, oggi composta da 179 soci tra viticoltori, aziende produttrici e storiche case spumantiere.
L’Italia si conferma lo zoccolo duro della denominazione assorbendo l’85% della produzione, mentre il restante 15% è destinato alle esportazioni. Sul fronte internazionale, il consorzio sta raccogliendo i frutti di un’intensa attività promozionale: dopo la partecipazione a Expo Osaka 2025, le alte bollicine piemontesi hanno registrato un altro importante successo a New York lo scorso marzo 2026.
A margine dell’evento “Alta Langa Roma” a Palazzo Brancaccio abbiamo incontrato Paolo Rossino, direttore del consorzio. Tra i più giovani manager alla guida di un organismo di tutela in Italia, Rossino ricopre un ruolo chiave: sotto la sua direzione operativa, in sinergia con la presidenza di Giovanni Minetti, la denominazione sta registrando una decisa accelerazione e un posizionamento internazionale sempre più autorevole. Un’occasione per fare il punto su un momento di crescita straordinario, che proietta la denominazione verso nuovi scenari di mercato.
Direttore, i dati sull’export si attestano stabilmente intorno al 15%. È evidente che per vendere di più all’estero serva una base produttiva maggiore, ma ad oggi l’Alta Langa resta un prodotto di nicchia. Cosa manca per compiere il salto di qualità definitivo e posizionarsi stabilmente nel club dei grandi ‘big’ del metodo classico mondiale? Guardando alla bussola dei prossimi 3 anni quali mercati state valutando e quanto Osaka Expo 2025 è stata un volano?
Riscontriamo un interesse crescente e profondo nei confronti della nostra denominazione. A marzo di quest’anno, come Consorzio, abbiamo promosso il nostro metodo classico all’Eataly Downtown di New York, dove ho percepito un’attenzione che ha superato le nostre stesse aspettative verso il Piemonte e la specificità del nostro carattere produttivo, traendone un bilancio assolutamente positivo. In questo percorso possiamo contare su un solido vantaggio competitivo: la presenza di molte nostre aziende già capillarmente posizionate sui mercati esteri con etichette storiche e di altissimo rango. Questi vini fanno da traino, facilitando la narrazione dell’Alta Langa, che resta una realtà relativamente giovane, nata nel 2002.
Naturalmente l’export richiede volumi importanti. Muovendo i primi passi in questa direzione, registriamo un trend di crescita tra il 10% e il 15%, ma il vero obiettivo è consolidare le iniziative oltreconfine. Abbiamo iniziato accogliendo la stampa straniera sul territorio e ora abbiamo inaugurato gli eventi all’estero; una strategia a cui daremo seguito con decisione, perché non vogliamo precluderci una platea di appassionati così rilevante.
Gli Stati Uniti si confermano la nostra destinazione principale, seguiti dal Giappone, un mercato di riferimento in rapida espansione. Proprio la nostra partecipazione a Expo Osaka 2025 ci ha permesso di organizzare una presentazione dedicata a operatori e giornalisti locali, che ha riscosso ampi ed entusiastici consensi. Infine, guardiamo con grande interesse al Nord Europa e ai Paesi Baltici: i consumatori di quelle aree, storicamente affini ai grandi rossi piemontesi, sono alla ricerca di alternative di pregio nel mondo del metodo classico e trovano nei nostri prodotti risposte concrete. Non prevediamo particolari criticità di mercato, poiché l’Alta Langa si posiziona in una fascia premium, strutturalmente più protetta dalle fluttuazioni economiche.
L’Alta Langa si colloca fin dalla partenza su un livello superiore, configurandosi come un prodotto d’élite rispetto ad altre realtà del metodo classico italiano, soprattutto oggi che assistiamo a una spumantizzazione diffusa da svariati vitigni autoctoni come Bellone, Passerina o Verdicchio. Di fronte a questa frammentazione e alla concorrenza interna, la vostra bottiglia riesce a essere competitiva sul mercato? Qual è il reale rapporto tra il valore percepito dal consumatore e il prezzo di posizionamento?
Molti critici potrebbero liquidarci come l’ennesima denominazione nata per inseguire la moda delle bollicine. In realtà, la vocazione e la competenza tecnica per il metodo classico — un processo estremamente complesso — in Piemonte ci sono sempre state. Il vero valore aggiunto legato alla nascita della denominazione è stato l’introduzione di regole comuni: l’aver definito un perimetro di gioco chiaro e rigoroso.
Nel fissare questo disciplinare eravamo consapevoli di muoverci cronologicamente dopo altre realtà già affermate; proprio per questo abbiamo voluto creare un prodotto di assoluta eccellenza, capace di giocare nel campionato più alto possibile. Di conseguenza, quando si parla di competitività, l’ambizione è altissima: le bottiglie da noi proposte devono appagare il consumatore e, al tempo stesso, raccontare un territorio.
I nostri 30 o 36 mesi minimi di affinamento non nascono dalla volontà di partecipare a una gara di numeri a chi aspetta di più, ma sono dettati dal vino stesso e dalla sua prontezza. Sappiamo che i nostri terreni generano uve che richiedono tempi lunghi. Se i produttori scelgono di attendere 36 o 40 mesi, è perché sanno che il prodotto ne trarrà maggior vantaggio: la base di partenza è eccellente e la spiccata acidità iniziale non si smorza con il tempo, ma evolve, arricchendosi di sfumature aromatiche capaci di completare il vino in modo straordinario.
Il mondo del vino si trova ad affrontare sfide cruciali. Come Consorzio sentite una reale sintonia con la politica o avvertite una distanza tra i palazzi delle istituzioni e le reali esigenze di chi produce sul territorio?
È inutile negarlo: il mondo del vino sta attraversando una fase congiunturale complessa. Nella nostro caso, come Consorzio di tutela di un metodo classico, avvertiamo forse meno criticità rispetto ad altre tipologie. Beneficiamo, infatti, di una tendenza di consumo favorevole e i nostri numeri sono ancora piuttosto contenuti: parliamo di 2 milioni di bottiglie vendute nel 2025, con l’obiettivo di crescere gradualmente fino a raggiungere i 3,5 milioni nei prossimi anni.
Attualmente il nostro mercato principale rimane l’Italia, in particolare il Nord, e stiamo affrontando una fase di sviluppo cruciale per la diffusione del brand. Ci rendiamo conto che, al di fuori delle aree limitrofe alla produzione, il prodotto sconta ancora un limite di notorietà legato proprio ai volumi limitati, e non certo a una questione di qualità intrinseca, che si mantiene sempre eccellente.
Sul fronte politico, siamo storicamente riconoscenti alle istituzioni locali e regionali. Il progetto Alta Langa è nato proprio in sinergia con la Regione Piemonte, attraverso una fase sperimentale durata oltre dieci anni che ha coinvolto viticoltori e grandi case spumantiere. Questo legame solidissimo è stato suggellato dalla Regione nel 2025 con la nomina di ‘Vino dell’Anno’. Oggi l’Alta Langa è diventata un vero ambasciatore del territorio sia in contesti nazionali sia in eventi istituzionali all’estero, rappresentando per noi una straordinaria vetrina.
Con la crescita dei volumi inizieremo a confrontarci in modo più serrato anche con le istituzioni nazionali. L’attuale tendenza ad accorpare i finanziamenti europei e statali va nella direzione corretta: quella di ottimizzare risorse economiche inevitabilmente limitate. La strategia vincente è creare sinergie tra denominazioni differenti: il consumatore non ragiona per compartimenti stagni ed è aperto a scoprire più eccellenze. Oggi, ad esempio, siamo qui a presentare un nuovo cocktail insieme al Consorzio del Vermout di Torino. Due grandi realtà piemontesi unite. La forza sta proprio nella coesione e, se la politica saprà assecondare e sostenere questa visione di sistema, potremo raggiungere traguardi davvero ambiziosi.
I Blanc de Blancs da Chardonnay in purezza, sebbene molto apprezzati per la loro eleganza, rappresentano ancora una quota minoritaria della produzione dell’Alta Langa. Grazie a una spiccata acidità e a una sosta minima di 30 mesi sui lieviti, questa tipologia esprime elevata longevità, dimostrando una straordinaria capacità di sfidare il tempo. Alla luce di queste potenzialità, è previsto un incremento produttivo di questa versione nei prossimi anni?
Sì, i numeri e le percentuali riflettono fedelmente la composizione dei nostri vigneti, attualmente con la presenza di due terzi di Pinot Nero e un terzo di Chardonnay. Di conseguenza, il prodotto principale sul mercato è il blend, solitamente composto da un 70-80% di Pinot Nero e un 20-30% di Chardonnay: questa è la referenza d’ingresso con cui ogni cantina della nostra denominazione si confronta.
Sì, i volumi e le percentuali riflettono fedelmente la composizione dei nostri vigneti, attualmente ripartiti tra due terzi di Pinot Nero e un terzo di Chardonnay. Di conseguenza, il prodotto principale sul mercato resta il blend, solitamente composto da un 70-80% di Pinot Nero e un 20-30% di Chardonnay: questa è la referenza d’ingresso con cui si confronta ogni cantina della nostra denominazione.
Oggi, in questa fase di felice espansione, le aziende stanno iniziando a investire anche sui monovitigno. Lo Chardonnay in purezza esprime un potenziale straordinario, con un carattere distintivo preciso: non imita altre denominazioni, ma rivendica un valore e un’identità unici. Detto questo, il discorso sulla longevità è in realtà trasversale a tutta la nostra produzione. Abbiamo analizzato chimicamente bottiglie con 100, 120 e persino 140 mesi di sosta sui lieviti, constatando una sorprendente capacità di rimanere giovani, fresche e affilate.
I produttori credono sempre di più in queste versioni e le prospettive per il futuro sono ottime: negli ultimi anni abbiamo registrato una crescita sia i Blanc de Blancs che Blanc de Noirs da Pinot Nero in purezza. Nuove etichette stanno arrivando sul mercato, anche se in termini percentuali non rappresenteranno mai la maggioranza, perché la nostra storia e la nostra vocazione rimangono profondamente legate alla coesistenza di queste due anime.
Data la vicinanza geografica e culturale, quanto ha pesato l’influenza della Francia, che conta oltre tre secoli di tradizione nella spumantizzazione? Dopotutto, la storia del vino piemontese è già debitrice ai cugini d’Oltralpe: se pensiamo al Barolo, forse oggi non sarebbe il “re dei vini” senza l’intuizione di Juliette Colbert. Esiste un’eredità simile anche nella genesi dell’Alta Langa?
Con il Barolo condividiamo una figura storica chiave: Paolo Francesco Staglieno, l’enologo di Carlo Alberto di Savoia che, insieme a Juliette Colbert, fu tra i grandi promotori delle eccellenze enologiche piemontesi. Staglieno ricevette l’incarico di produrre un grande vino rosso secco – quello che oggi chiamiamo Barolo –, un Vermut per la corte e, infine, accettò la sfida più complessa: produrre un metodo classico. Siamo nel 1836.
In Piemonte la sperimentazione era già avviata, fortemente sostenuta dalla Casa Reale. A corte la vicinanza con la Francia era evidente – si parlava il francese oltre al piemontese –, ma c’era anche la ferma volontà di caratterizzare il territorio con un vino che non fosse d’importazione, bensì nazionale. La spinta a creare qualcosa di proprio nacque da questa esigenza. Certamente parliamo di un’idea nata e affermatasi in Francia che poi è stata emulata, ma oggi la nostra ricerca è orientata esclusivamente verso l’affermazione di un’identità territoriale.
Noi ci chiamiamo Alta Langa: prima ancora di essere Pinot Nero o Chardonnay, siamo il nostro territorio. Vogliamo che il nostro vino ne sia l’espressione più pura. Se cercassimo di imitare qualcun altro commetteremmo un grave errore: un consumatore attento cerca sempre l’autenticità e, davanti alla scelta tra una copia e l’originale, preferirà sempre l’originale. Siamo profondamente riconoscenti alla Francia per aver tracciato la strada del metodo classico, ma negli ultimi cento anni abbiamo compiuto il nostro percorso e oggi vantiamo un’identità forte e indipendente. Siamo convinti che la nostra terra sappia restituire un’esperienza unica e il mercato ci riconosca e ci apprezzi per il valore autentico racchiuso in ogni singola bottiglia.
Passando invece a un tema di forte attualità, negli ultimi due anni abbiamo assistito a un incremento straordinario delle richieste per i prodotti low alcohol e dealcolati. Dal vostro osservatorio, vi state muovendo in questa direzione? Ci sono studi in corso o state sviluppando tecnologie specifiche per rispondere a questa tendenza di mercato?
Siamo semplicemente consapevoli si tratti di un nuovo target in forte sviluppo, dove ognuno troverà il proprio segmento di mercato. Per quanto ci riguarda, la nostra è una Denominazione di Origine strutturalmente preclusa a questo mondo, e non vi è alcun intento da parte del Consorzio a produrre questa tipologia di vino. Un intervento di dealcolizzazione sarebbe un’operazione invasiva e andrebbe a snaturare l’essenza stessa del nostro prodotto, la sua storicità.
L’Alta Langa non è un vino da consumi elevati, ma di assoluta qualità. Lo definiamo da sempre un vino gastronomico, legato alla convivialità e alla tavola. E’ lontana, dal nostro punto di vista, l’idea di un consumo solitario, ciò non appartiene affatto alla nostra cultura. La nostra filosofia è da sempre quella di promuovere un consumo consapevole; per questo motivo, al momento, non abbiamo alcun interesse nello sviluppare tecnologie per la riduzione del grado alcolico. Lasciamo ad altri segmenti questo percorso.
Tornando al mercato internazionale, impossibile non pensare alle dure critiche recentemente sollevate dal New York Times nei confronti del Prosecco. Parliamo di una realtà completamente diversa dall’Alta Langa. Il prosecco è un metodo Martinotti, ma si tratta pur sempre del vino italiano più venduto al mondo. Da manager del settore vinicolo e, soprattutto, da italiano, qual è la sua opinione in merito?
Il mercato globale è estremamente ampio ed è strutturato su molteplici fasce di posizionamento. Il Prosecco è indubbiamente un simbolo del Made in Italy nel mondo e l’intero comparto deve molto al suo successo: oggi, a livello internazionale, dire Prosecco significa evocare l’Italia e il mondo delle bollicine. Naturalmente, all’interno di quella stessa denominazione esistono segmenti qualitativi e produttori differenti, e ciascuno opera in base alle proprie ambizioni e ai mercati di riferimento.
Da un punto di vista tecnico, parliamo di due campionati completamente diversi: il Prosecco si basa sul metodo Martinotti, mentre l’Alta Langa è un metodo classico. Piuttosto che cedere alla tentazione dello scontro o della critica distruttiva, credo sia più utile focalizzarsi sulla valorizzazione delle proprie specificità. Alla fine è sempre il consumatore ad avere l’ultima parola: se un prodotto riscuote un successo di tali proporzioni, significa che le strategie di marketing e di posizionamento hanno funzionato. Non ne farei, quindi, una questione di svalutazione qualitativa. I grandi numeri del Prosecco trainano l’intero sistema paese e l’immagine del brand Italia ne trae un enorme vantaggio complessivo, confermandoci ai vertici del mercato mondiale.
Se i numeri del bilancio 2025 fotografano la crescita solida di un comparto da 250 milioni di euro, la vera forza dell’Alta Langa risiede nella sua capacità di non scendere a compromessi. Questo metodo classico sceglie la strada della pazienza, dell’identità e del rigore. Quello che emerge dalle parole del direttore Paolo Rossino, non è solo il resoconto di un successo commerciale che da Roma a New York conquista i palati più attenti, ma la fotografia nitida di una viticoltura intesa come pura espressione culturale.
Questo legame indissolubile con le proprie origini trova la sua perfetta sintesi visiva e sensoriale in “Terra”, il calice istituzionale del Consorzio. Progettato, nel 2022 da Italdesign e plasmato dai maestri vetrai di Collevica, questo oggetto di puro artigianato 100% Made in Italy non è un semplice strumento di degustazione, ma un prolungamento del territorio stesso. Nel disegno del calice si ritrova l’essenza geometrica e poetica della denominazione: i tre lobi che richiamano il logo del Consorzio celebrano l’unione delle tre province di Asti, Cuneo e Alessandria, mentre sullo sfondo si stagliano le alte colline delle Langhe e il profilo maestoso del Monviso.
Foto in evidenza: Pexels, @Christopher Welsch Leveroni
Foto: Alta Langa DOCG
Alessandra Fiori