Viaggio nei Castelli in Piemonte: 14 Architetture del Bien-Vivre tra Storia e Ospitalità d’Eccellenza

Una selezione dei più esclusivi castelli in Piemonte trasformati in dimore di raro fascino, dove l’eredità sabauda e i distretti del vino UNESCO incontrano l’alta cucina d’autore.

Il Piemonte, terra di confine e di sintesi tra il rigore sabaudo e la dolcezza delle colline vitate, con un patrimonio architettonico unico in Europa: un sistema di castelli che, dismessa la funzione difensiva o di rappresentanza dinastica, ha saputo reinventarsi come arcipelago dell’ospitalità d’eccellenza. Attraverseremo le porte di manieri neogotici, fortezze medievali e villeggiature barocche, scoprendo come storiche casate abbiano saputo convertire le antiche dimore in raffinati rifugi del bien-vivre.

Questo viaggio esplorerà le diverse anime della regione: l’eccellenza stellata che dialoga con influenze internazionali, l’eredità indelebile della corona sabauda, il legame simbiotico tra architettura e vigna nelle terre dell’UNESCO, e infine il fascino esoterico e discreto delle dimore più segrete.

Villa Crespi: Il Sogno Moresco sul Lago d’Orta

L’arrivo a Villa Crespi, a Orta San Giulio rompe la continuità visiva del paesaggio lacustre con un’audace architettura. Costruita nel 1879 per volontà di Cristoforo Benigno Crespi, pioniere dell’industria cotoniera, la dimora è un raffinato manifesto dell’eclettismo ottocentesco. Crespi, ammaliato dalle suggestioni mediorientali raccolte durante i suoi viaggi a Baghdad e Damasco, scelse il poliedrico architetto Angelo Colla per tradurre in pietra un’utopia araba nel cuore del Piemonte.

Il risultato è un capolavoro che richiese trent’anni di minuziosa costruzione: un intreccio di cupole ad archi intrecciati e ornati in stucco e gesso modellato che poggiano su una superba antologia litica, dove colonne in broccatello di Spagna e rosso di Francia si alternano alla lumachella di Svezia e ai vibranti diaspri di Sicilia. L’imponente minareto, simbolo iconico della dimora, richiama l’eleganza di Baghdad e di Damasco, rievocando la grazia solenne delle celebri torri dell’Alhambra di Granada e dell’Alcazar di Siviglia.

Oggi Hotel 5 stelle lusso e membro della famiglia Relais & Châteaux dal 2012, Villa Crespi conserva intatto il suo fascino che l’ha resa, fin dagli anni Trenta, meta prediletta di poeti e regnanti, da Re Umberto di Savoia ai grandi nomi dell’aristocrazia nordeuropea. Il cuore dell’accoglienza batte in sole 14 tra camere e suite, una scelta deliberata per garantire una dimensione di assoluta privacy e personalizzazione.

Nata originariamente come Villa Pia — in omaggio alla moglie di Crespi, il cui nome è ancora leggibile sui cancelli d’ingresso — la struttura è stata magistralmente restaurata da Cinzia e Antonino Cannavacciuolo, che dal 1999 ne curano l’anima e l’estetica. Soggiornare qui significa immergersi in un lusso sussurrato, dove i pavimenti in mosaico fiorentino, i soffitti a cielo stellato e i legni pregiati dialogano con il comfort più sofisticato, rendendola un punto di riferimento iconico nell’ospitalità internazionale.

All’interno di queste sale arabeggianti, lo Chef Antonino Cannavacciuolo (Tre Stelle Michelin) ha consolidato un’identità culinaria fondata sul dialogo serrato tra i territori della sua vita: la solare opulenza della Campania e il rigore sabaudo del Piemonte. La sua è una cucina di prodotto di rara precisione, dove i contrasti geografici si trasformano in equilibrio gastronomico. Ne sono emblema piatti come il “Tonno Vitellato”, un’inversione semantica del classico piemontese che eleva il tonno rosso a protagonista assoluto, o lo “Scampo alla pizzaiola”, dove la dolcezza burrosa del crostaceo incontra l’acidità vibrante del pomodoro campano.

Ogni portata del menu Mettici l’anima — dal celebre Plin d’anatra al riso Carnaroli con ortiche e ventresca — è un cortocircuito sensoriale, servito sotto lampadari di cristallo e accompagnato da una carta dei vini enciclopedica, capace di spaziare dai grandi cru locali ai tesori mondiali.

Foto: Villa Crespi

Castello di Guarene: Il Trionfo del Barocco nel Roero

Il Castello di Guarene domina sull’omonimo borgo e le colline del Roero, rappresentando una delle vette più alte dell’architettura barocca piemontese applicata alla residenza nobiliare. Progettato nel XVIII secolo su visione del Conte Carlo Giacinto Roero l’edificio rivela l’influenza dell’amico nonché grande architetto della corte sabauda, Filippo Juvarra, evidente nella scenografica facciata in mattoni a vista e nell’armonia delle proporzioni. I giardini all’italiana, concepiti nel 1740 come un ricamo di siepi e prospettive geometriche, si aprono come un belvedere naturale su Langhe, Monferrato e Alpi.

L’accurato intervento conservativo del 2011 ha saputo infondere nella dimora una raffinata vocazione ricettiva a cinque stelle lusso — oggi parte del prestigioso circuito Relais & Châteaux — preservandone l’identità originaria nell’assoluto rispetto del valore museale. Gli interni si rivelano una narrazione dei fasti settecenteschi attraverso quindici ambienti monumentali, tutelati dalla Soprintendenza per il loro inestimabile pregio.

Di rara preziosità sono le Sale Cinesi, le cui tappezzerie originali giunsero dall’Oriente nel Settecento dopo un lungo periplo tra Londra e Marsiglia, e le camere ricchi ricami ‘Bandera’, fantasiosi intrecci di lane policrome su cotone tipici dell’aristocrazia sabauda, restituiscono intatta l’atmosfera della “villeggiatura” settecentesca. La magnificenza degli spazi prosegue nelle gallerie affrescate, che evocano lo splendore di Stupinigi, e culmina in una biblioteca custode di edizioni uniche.

La proposta gastronomica si distacca per contrasto dai fasti architettonici, puntando su una linea di cucina essenziale e di forte identità territoriale. Ai fornelli, Davide Odore, chef di radici locali che applica una lettura contemporanea ai codici del Roero evitando sovrastrutture barocche per concentrarsi sulla pulizia del gusto. La sua cucina è un esercizio di sottrazione dove la materia prima — dalla fassona al pollame di corte fino ai vegetali degli orti di prossimità — viene valorizzata attraverso cotture di precisione e un gioco dinamico di consistenze e temperature.

La proposta alterna il rigore filologico sui classici regionali a intuizioni personali che alleggeriscono la tradizione senza snaturarla, servite in un ambiente dove specchiere dorate e ritratti d’epoca fanno da contraltare a impiattamenti minimalisti. La carta dei vini conta oltre mille referenze conservate in una monumentale cantina dalle pareti in mattoni: un focus verticale sulle denominazioni del territorio, Roero Arneis e Nebbiolo in testa, affiancate da un’importante selezione internazionale.

Foto: Castello di Guarene

Castello Dal Pozzo: Il Neogotico Tudor sul Lago Maggiore

Spostandosi verso le sponde piemontesi del Lago Maggiore, a Oleggio Castello, si incontra un unicum architettonico che rompe gli schemi della tradizione locale: il Castello Dal Pozzo. La dimora è dei più puri esempi di neogotico Tudor in Italia: un’ispirazione dichiarata alle grandi architetture inglesi del XVI secolo, scelta stilistica audace volta a ricreare le suggestioni romantiche e cavalleresche dell’epoca.

Le torri merlate, le finestre a sesto acuto, le vetrate istoriate e gli archi rampanti conferiscono un aspetto fiabesco e austero al tempo stesso. Di proprietà della famiglia Dal Pozzo d’Annone da sei generazioni, il castello ha attraversato periodi di splendore e di abbandono, fino al recente e meticoloso restauro che lo ha trasformato in una struttura ricettiva d’alto livello.

La proposta gastronomica fa capo al ristorante Le Fief, guidato dall’Executive Chef Enrico Bazzanella. La cucina propone una rilettura moderna e sofisticata dei classici italiani, con un occhio di riguardo per il pesce di lago, omaggio alla geografia locale, accanto a piatti di carne che celebrano la tradizione piemontese, come il vitello o la selvaggina, trattati con tecniche di cottura moderne per esaltarne la tenerezza e il sapore.

Bazzanella, chef di solida esperienza, orchestra un menu che è un equilibrio tra la sostanza della tradizione piemontese e la leggerezza richiesta dalla clientela internazionale. La sala da pranzo, con i suoi richiami neogotici e l’atmosfera ovattata, fa da sfondo a piatti che sono visivamente rigorosi, quasi architettonici nella loro composizione, rispecchiando la complessità stilistica del castello. La carta dei vini accompagna sapientemente questo percorso, dai grandi rossi del vicino Alto Piemonte (Gattinara, Ghemme) ai bianchi freschi e minerali.

Foto: Castello dal Pozzo

Castello di Montaldo: Benessere e Storia alle Porte di Torino

Il Castello di Montaldo, situato a Montaldo Torinese, impressiona per la sua mole e per la complessità della sua stratificazione storica. Costruito tra il 1011 ed il 1038 come fortilizio per il controllo del territorio, subisce trasformazioni radicali tra il XVI e il XVII secolo, quando venne edificata l’imponente ala esposta a mezzogiorno e modificata la facciata, conferendogli l’aspetto di grande residenza nobiliare che vediamo oggi.

Tuttavia, la sua vocazione contemporanea è legata al benessere: dopo un importante restauro, il castello ospita oggi la Spa più grande del Piemonte, tremila metri quadrati di percorsi d’acqua e relax tra mura secolari. La struttura si sviluppa verticalmente, collegando l’area benessere alla zona notte attraverso percorsi interni dedicati. Diciannove suite e venti camere superior occupano il corpo centrale, integrando l’ospitalità moderna nei volumi originali del maniero.

Anche la proposta gastronomica è calibrata sulla doppia anima della struttura. Da un lato lo Spa Bistrot, agile e di servizio per chi vive il benessere; dall’altro il ristorante principale, scenografico, dove i soffitti alti e i decori d’epoca fanno da quinta a cene di tono.

In cucina vince la concretezza. Niente voli pindarici, ma una rilettura rigorosa del repertorio torinese e piemontese: la Fassona è materia prima intoccabile, i risotti giocano sulle mantecature con i formaggi d’alpeggio, il bonet chiude il pasto con esecuzione accademica.

Foto: Castello di Montaldo

Monastero di Cherasco: Il Teatro del Gusto dei Padri Somaschi

A Cherasco, roccaforte dalle “mura stellate” e snodo diplomatico della storia sabauda, il Monastero dei Padri Somaschi del XVI domina il paesaggio urbano con la sua facciata scenografica. L’antico complesso religioso, convertito in hotel di charme, ha mantenuto intatta la sua solennità spaziale: i corridoi voltati, le celle trasformate in camere lussuose e i giardini all’italiana con le grandi vasche rotonde creano un’atmosfera di pace monastica. Il restauro ha saputo valorizzare gli affreschi originali e i volumi generosi, restituendo alla città un monumento che è al contempo luogo di memoria e di ospitalità contemporanea.

La ristorazione va in scena, letteralmente, ne “Il Teatro“. Nella sala settecentesca del complesso, un unicum per acustica e fascino architettonico, la storia della cucina piemontese ha scritto pagine importanti: per anni regno dello chef stellato Walter Eynard, maestro della cucina valdese, oggi la regia è passata a Fabio Sala. Lo chef ha raccolto un’eredità importante gestendola con disinvoltura: supportato da una brigata giovane, ha alleggerito il tiro senza tradire il territorio.

In carta non c’è spazio per la nostalgia statica. Sala prende i simboli locali — la salsiccia di Cherasco, le celebri lumache — e li rilegge con tecnica moderna e gusto italiano, togliendo la polvere della tradizione per esaltarne il sapore netto. Cenare sotto le volte affrescate diventa così un’esperienza di privacy assoluta, supportata da una cantina che pesca il meglio dalle Langhe per affiancare una cucina di carattere, precisa e mai banale.

Foto: Monastero di Cherasco

Castello di Sinio: La Fortezza Medievale dal Cuore Americano

Nel cuore profondo della Langa del Barolo, il Castello di Sinio si erge come una sentinella di pietra, testimone di secoli di storia feudale. Risalente al XII secolo, questa fortezza ha mantenuto il suo carattere difensivo, con mura massicce e una posizione dominante che controlla la valle. A differenza delle residenze gentilizie di pianura, qui si respira l’aria del medioevo più autentico e ruvido, che il restauro ha saputo preservare trasformando gli interni in un rifugio di charme intimo e accogliente.

L’anima e il motore di questa rinascita è Denise Pardini, una figura straordinaria che riassume in sé i ruoli di proprietaria, restauratrice, manager ed Executive Chef. Di origini lucchesi ma cresciuta a San Francisco, Denise ha portato nelle Langhe un approccio unico: la dedizione assoluta alla materia prima locale unita a un pragmatismo e a un’accoglienza di stampo americano. Nel suo ristorante “Pardini Vini & Cucina”, situato al primo piano del castello, non troverete gli artifici della cucina molecolare, ma una proposta solida, concreta e incredibilmente gustosa, frutto di una ricerca maniacale sui fornitori e sugli ingredienti.

Tra i piatti signature che definiscono lo stile di Denise, spicca l’insalatina di petto d’anatra arrosto con prosciutto, finocchio, mela e rucola, accompagnata da una salsa al rabarbaro: un piatto che gioca magistralmente con le note dolci, acide e croccanti, pulendo il palato e preparandolo ai successivi sapori intensi della Langa. La cucina di Pardini è una rilettura attenta della tradizione, arricchita da un tocco personale ben riconoscibile che evita le banalità turistiche. Cenare nella sala d’epoca del castello o sulla terrazza estiva è un’esperienza di calore domestico elevato a potenza, dove la professionalità del servizio si fonde con la passione di una donna che ha scelto questo angolo di Piemonte come sua casa d’elezione.

Foto: Castello di Sinio

Albergo dell’Agenzia di Pollenzo: Il Sogno Agricolo di Re Carlo Alberto

Pollenzo rappresenta un esempio paradigmatico di archeologia agricola e reale, dove l’utopia sabauda di un’agricoltura moderna si è cristallizzata in forme architettoniche neogotiche di grande pregio. Voluta da Re Carlo Alberto nel 1833, l’Agenzia di Pollenzo nacque come azienda agricola modello e centro di sperimentazione, dove la corona intendeva modernizzare le pratiche agrarie e vitivinicole del regno.

L’architettura, caratterizzata dall’uso del mattone rosso a vista, dalle decorazioni in cotto e dalle ampie corti quadrangolari, riflette il gusto neogotico caro al sovrano, conferendo agli edifici rurali una dignità quasi aulica. Dopo decenni di abbandono, un ambizioso progetto di recupero terminato nel 2004 ha restituito vita all’intera tenuta, che oggi è iscritta nel patrimonio mondiale UNESCO come parte delle Residenze Reali Sabaude e ospita l’Università di Scienze Gastronomiche e la Banca del Vino, diventando l’epicentro mondiale della cultura “Slow Food”.

La riconversione in struttura ricettiva a quattro stelle ha rispettato scrupolosamente la morfologia originaria degli edifici, ricavando quarantasette camere e tre suite negli spazi un tempo destinati alla gestione della tenuta e agli alloggi del personale. Le camere dell’albergo dai soffitti a cassettoni in legno, i pavimenti in cotto e le ampie finestre, si affacciano sulla corte interna o sul parco, mantenendo un’atmosfera di sobria eleganza che richiama la funzione storica del luogo.

Il Ristorante “Garden” è il luogo dove la filosofia di Slow Food trova la sua applicazione pratica. La sala, capace di accogliere grandi numeri ma gestita con un’attenzione, si affaccia sul parco secolare e sulle architetture carloalbertine. La cucina del ristorante è un manifesto del “buono, pulito e giusto”: le materie prime provengono dai Presìdi Slow Food e dai produttori virtuosi del territorio, garantendo non solo il gusto ma anche l’etica del piatto. La presenza della Banca del Vino e dell’Università garantisce una carta dei vini di profondità enciclopedica e un servizio di sala colto, capace di narrare l’origine di ogni ingrediente.

Foto: Albergo dell’Agenzia

Real Castello di Verduno: La Dimora Enologica di Carlo Alberto

Il Real Castello di Verduno è la perfetta espressione della residenza sabauda “di piacere”, un luogo dove la storia politica si intreccia indissolubilmente con quella enologica del Piemonte. Acquistato nel 1838 da Re Carlo Alberto di Savoia, divenne il laboratorio dove il sovrano affidò al generale Staglieno, enologo di corte, il compito di perfezionare la vinificazione del Nebbiolo, ponendo le basi per la nascita del Barolo moderno.

L’edificio è un palinsesto architettonico: dalle fondamenta medievali, passando per gli interventi settecenteschi dell’architetto Juvarra voluti da Carlo Luigi Caisotti, fino all’assetto ottocentesco sabaudo. Dal 1909, il castello appartiene alla famiglia Burlotto, discendenti del Comandante Giovan Battista Burlotto che lo rilevò dai Savoia, mantenendo viva la tradizione di accoglienza e produzione vinicola in un contesto che conserva intatti gli arredi, le carte da parati e le pavimentazioni originali del XVIII e XIX secolo.

Sedici camere declinano la doppia anima del castello: dai fasti dell’ala Juvarra, custode di un’eleganza nobiliare, alla quiete rustica della Foresteria e della Castalderia, antico alloggio del fattore, trasformati in rifugi di autentica atmosfera.

Il ristorante del castello si apre in due splendide sale settecentesche ed è il regno della chef Alessandra Buglioni di Monale. La sua cucina rappresenta un punto di incontro felice tra la solennità della tradizione sabauda e una “sottile linea di freschezza” e novità. Alessandra non stravolge i classici, ma li alleggerisce e li vivifica, inserendo elementi cromatici e gustativi che rendono i piatti attuali senza tradirne l’origine con ricette storiche tramandate dalla famiglia e creazioni che seguono il ritmo delle stagioni dell’orto. I vini serviti sono, naturalmente, quelli prodotti nelle cantine storiche del castello, tra cui il “Monvigliero”, uno dei cru più eleganti e rinomati del Barolo di Verduno.

Foto: Castello di Verduno

Castello di Oviglio: I Fasti della Regina Cristina

Lambito dal torrente Belbo nell’ultimo tratto del suo corso, proprio dove il Monferrato digrada verso le Langhe tra i vigneti di Asti e Alessandria, il Castello di Oviglio è una dimora di rango ‘reale’ inserita in un distretto vitivinicolo d’eccellenza, a breve distanza da realtà storiche come Gancia e Contratto. Edificato nel 1367 da Galeazzo Visconti su un antico castrum trecentesco, il maniero ha mantenuto per secoli il ruolo di baluardo a protezione del cosiddetto “borgo di dentro”, uno spazio fortificato di cui gli abitanti conservano ancora oggi fiera memoria.

Dopo essere stato abitato per quasi cinque secoli dalla nobile famiglia Perboni, fu nel 1826 che la dimora raggiunse il suo apice di prestigio: acquistato da Sua Maestà la Regina Maria Cristina di Borbone-Napoli, infanta delle Due Sicilie e vedova di Re Carlo Felice, divenne ufficialmente Castello Reale. Da allora, le asprezze della fortezza medievale si sono smussate in un’eleganza residenziale di raro fascino, preservando intatto lo spirito della corte sabauda. Il 4 giugno 1908 il Ministero della Pubblica Istruzione lo dichiarò Monumento Nazionale.

Oggi, sotto la proprietà della famiglia Damiano, il Relais del Castello conserva l’assetto di una villeggiatura nobiliare ottocentesca, protetta da un vasto parco secolare all’inglese; qui, alberature imponenti schermano la residenza dal contesto urbano circostante. Gli interni riflettono il recupero filologico degli ambienti sabaudi: sale con soffitti a crociera e camini d’epoca si alternano a una biblioteca monumentale, custode di volumi antichi, e allo storico deambulatorio.

Un rifugio intimo di sole nove chiavi (quattro suite e due junior suite e 3 camere superior), ognuna dedicata a un artista che ha operato nel territorio, sottolineando il legame profondo tra la dimora e la cultura locale.

Sedersi sotto le imponenti volte a crociera del ristorante, circondati da arredi d’epoca e dal bagliore del camino, restituisce il ritmo lento dei pranzi domenicali dell’aristocrazia sabauda. Qui la cucina non segue le mode, ma opera come un centro di documentazione del gusto monferrino, dove ogni piatto è un’esecuzione tecnica di memorie familiari.

Iniziate con il vitello tonnato nella sua versione “all’antica”: qui la salsa non è una maionese moderna, ma un’emulsione sapiente di tonno, capperi e uova sode che rispetta la delicatezza della carne. Non si può prescindere dai ravioli del plin, piccoli scrigni pizzicati a mano che racchiudono l’essenza dell’arrosto, o dalla Bagna Càuda, servita come un rito collettivo che celebra le verdure dell’orto. Per chi cerca la vera maestria tecnica, il fritto misto alla piemontese è d’obbligo: una successione monumentale di sapori dove la dolcezza del semolino e dell’amaretto incontra la sapidità delle carni. Si chiude, inevitabilmente, con un Bunet magistrale, denso di cacao e amaretti.

Foto: Castello di Oviglio

Castello di Pavone Canavese

Situato lungo lo sperone roccioso che sovrasta l’omonimo borgo e la piana d’Ivrea, il castello costituisce uno dei principali esempi di recupero neomedievale in Italia. Sebbene l’impianto originario sia databile tra il IX e il X secolo, l’attuale fisionomia architettonica deriva dal radicale restauro filologico compiuto a fine Ottocento da Alfredo d’Andrade. L’architetto portoghese, agendo in qualità di Soprintendente alle Belle Arti, sottrasse la struttura alla ruderizzazione ricostruendo la cinta merlata e le torri di guardia sulla base di rigorosi studi sulle fortificazioni sabaude.

Dichiarato Monumento Nazionale nel 1981, il complesso rappresenta oggi la sintesi ideale tra la funzione difensiva medievale e l’estetica romantica del XIX secolo.

Sotto la gestione della famiglia Giodice dal 1991, il castello ha consolidato una riconversione alberghiera volta a preservare l’integrità degli spazi monumentali. Le 27 camere conservano gli elementi strutturali originari — dai soffitti a cassettoni lignei ai camini monumentali in pietra — che dettano l’assetto architettonico di ogni stanza. L’apparato decorativo accosta pezzi d’antiquariato e tappeti orientali a collezioni storiche di porcellane e cristalli. Le sale di rappresentanza, impreziosite da cicli di affreschi a tema cavalleresco, rispettano le volumetrie originali della fortezza, documentando la rilettura estetica del Medioevo operata durante la Belle Époque.

La linea gastronomica dello Chef Simone Gagliano si misura direttamente con la monumentalità delle sale nobili e della corte interna. Il menu opera una sintesi del ricettario piemontese attraverso un’esecuzione tecnica rigorosa, centrata sulla valorizzazione delle materie prime del distretto canavesano.

La narrazione del gusto esordisce con preparazioni territoriali quali lo sformatino di topinambur con bagna càuda e radici fritte, o il classico vitello tonnato in versione “antica”. Tra i primi piatti da assaggiare gli agnolotti al ristretto di manzo e i raviolini del Plin con zucca e amaretti, mentre per i secondi è la fassona a fare da padrona, proposta sia nel brasato al Nebbiolo con semolino dolce fritto, sia nella versione contemporanea del “bollito non bollito”. La chiusura è affidata al Bonet tradizionale servito con il canestrello di Borgofranco.

Foto: Castello di Pavone

Castello di Gabiano: Mille Anni di Strategia e Viticoltura

Situato a presidio della Valle del Po, il Castello di Gabiano rappresenta una delle fortificazioni più vaste e antiche del Monferrato. Se le fondamenta affondano nella Bolla di Carlo Magno dell’VIII secolo, la sua attuale identità è figlia del passaggio di proprietà dai Gonzaga alla nobile famiglia genovese dei Durazzo nel 1622. Questo cambio di asse geografico portò il rigore della finanza ligure tra le colline del Monferrato, trasformando la fortezza medievale in un raffinato palazzo di villeggiatura.

L’intervento decisivo risale al 1907, quando il Marchese Giacomo Durazzo Pallavicini — sotto la supervisione di Alfredo d’Andrade — affidò all’architetto Lamberto Cusani il compito di restituire al castello le forme di maniero fortificato, operando un restauro neomedievale di rara coerenza filologica.

Il parco di cinque ettari che circonda il castello custodisce un unicum botanico: un labirinto storico di Buxus sempervirens realizzato negli anni Trenta. A differenza dei classici giardini all’italiana, questo dedalo rappresenta un’eccezione formale nel panorama piemontese dell’epoca, dove il gusto paesaggistico tendeva verso forme più libere. Progettato sempre da Cusani, il labirinto gioca sul contrasto tra il rigore geometrico del percorso e la “selva” naturale del parco circostante, elevandosi a Monumento Nazionale e documento vivente della cultura del giardino europeo del primo Novecento.

L’accoglienza è oggi integrata nel borgo medievale adiacente. La Casa Caccia, un tempo edificio di servizio e sede di botteghe artigiane, ospita quattro suite e due appartamenti frutto di un recupero conservativo che ha mantenuto i volumi originali. La piscina si colloca linearmente ai piedi della cortina muraria, mentre la sala degustazione — posizionata all’ingresso del castello — offre un affaccio a picco sui vigneti di proprietà.

Qui la viticoltura ha radici millenarie: la tenuta gestisce — guidata da Giacomo Cattaneo Adorno, ultimo Marchese di Gabiano — la DOC Gabiano, una delle denominazioni più piccole d’Italia, focalizzata sulla produzione di etichette di alta gamma come la Riserva “A Matilde Giustiniani”, affinate nelle cantine storiche scavate nel tufo.

L’Agriturismo “3 Orologi” occupa gli spazi dell’antica acetaia del borgo, con travi a vista e arredi che richiamano la vocazione agricola originaria della corte. Sotto la direzione della Chef Irina, la cucina segue un protocollo di filiera cortissima, utilizzando prodotti biologici dell’orto e frutteti del castello. Il menu è una solida esecuzione tecnica del ricettario monferrino: piatti di struttura come brasati e paste ripiene sono studiati per il pairing con i vini storici della casa, dal Grignolino “Il Ruvo” alla Barbera “Adornes”. Le cantine storiche, scavate direttamente nel tufo, garantiscono condizioni naturali di temperatura e umidità per l’affinamento prolungato delle riserve.

Foto: Il Castello di Gabiano

Castello di Novello

Sulla rocca che domina l’abitato di Novello, l’attuale maniero è l’esito di una radicale ricostruzione ultimata nel 1880. Voluto dalla scrittrice Maria Allara Nigra, il progetto fu affidato a Giovanni Battista Schellino, architetto di Dogliani e figura centrale dell’eclettismo piemontese. Schellino, influenzato dai cataloghi delle esposizioni universali e vicino alla sensibilità di Antonelli, trasformò i resti della fortezza medievale — un tempo proprietà dei Marchesi del Carretto — in una scenografia neogotica che dialoga idealmente con il complesso albertino di Pollenzo.

La facciata in cotto, le torri merlate e la profusione di ogive e archetti definiscono un volume architettonico di grande impatto visivo, culminante nel monumentale scalone in marmo bianco e nei saloni affrescati che conservano l’apparato decorativo originale.

Se l’estetica odierna è ottocentesca, la base su cui poggia il castello mormora una storia di instabilità dinastica. Il sito fu teatro, il 22 maggio 1340, dell’assassinio del Marchese di Novello per mano del figlio naturale, Malefatto, in un violento tentativo di usurpazione del titolo. Questo episodio, seguito da una scia di morti violente che colpì diciotto membri della casata nel secolo successivo, ha alimentato per secoli una leggenda di inquietudine legata alle mura. Del complesso medievale originario, oggi rimane visibile solo la foresteria nel giardino, caratterizzata dall’arco centrale e dalla loggetta superiore, raro frammento superstite della struttura precedente al cantiere di Schellino.

Novello occupa una posizione di rilievo nel paesaggio vitivinicolo tutelato dall’UNESCO, non solo per la produzione di Barolo (i vigneti del Castello sono parte integrante di uno dei Cru più prestigiosi della zona), ma per la salvaguardia della Nascetta. Vitigno autoctono a bacca bianca, caratterizzato da una struttura complessa e un’acidità sapida, trova qui il suo epicentro produttivo. La trasformazione dell’antica cantina in enoteca ha creato uno spazio dedicato all’analisi tecnica di questo vino, che rappresenta l’eccezione bianca in una terra dominata dai rossi da invecchiamento.

La proposta gastronomica del castello, che vanta un passato storico come sede di ristorazione stellata, si confronta oggi con la monumentalità delle sale di fine Ottocento. La cucina, coordinata attraverso collaborazioni tecniche di alto profilo, opera una sintesi del territorio con piatti di forte identità locale, come la guancia di vitello brasata alla Nascetta, una preparazione che utilizza il vino bianco locale per esaltare la morbidezza delle carni.

Accanto alla tradizione, trovano spazio inserimenti contemporanei come i tajarin con burrata, gamberi e lime, dove la grana della pasta all’uovo tipica delle Langhe incontra elementi di freschezza agrumata. L’esperienza si conclude nelle suites storiche, dove l’arredo d’epoca e i soffitti affrescati mantengono inalterato l’assetto residenziale della nobiltà di fine secolo.

Foto: Castello di Novello

Castello di Razzano

La storia del Castello di Razzano è indissolubilmente legata all’evoluzione imprenditoriale della famiglia Olearo, attiva nel comparto vitivinicolo dal 1927. Se la genesi si deve a Ernesto e Clementina presso la Tenuta Cà di Corte, è con la figura di Eugenio “Genio” Olearo che l’azienda assume una dimensione distributiva sovraregionale tra gli anni ’40 e ’60.

Il consolidamento fondiario prosegue con l’acquisizione del castello nel 1968, ma la vera svolta strutturale avviene negli anni ’80 con Augusto Olearo. Formato alla scuola enologica di Alba, Augusto opera una radicale conversione filosofica: abbandona i grandi volumi per concentrarsi su una viticoltura d’eccellenza, avviando nel 2002 il monumentale restauro che ha restituito l’edificio al suo splendore settecentesco dopo sette anni di cantiere. Oggi, la quarta generazione rappresentata da Riccardo e Federico, prosegue questa sintesi tra audacia imprenditoriale e conservazione del patrimonio.

Ad Alfiano Natta, la tenuta si articola intorno a un cortile interno di rara coerenza architettonica, dove gli edifici rurali raccordano la residenza nobiliare al comparto produttivo. Il legame con il territorio trova la sua massima espressione nel Museo ArteVino Razzano, allestito nelle antiche cantine della tenuta. Non si tratta di una semplice esposizione, ma di un percorso museale sistematico che attraversa la storia della viticoltura del Monferrato: tra torchi secolari e botti monumentali, il museo integra installazioni artistiche che documentano l’evoluzione tecnica e culturale del vino.

Oltre alla produzione vitivinicola (con la Barbera d’Asti in posizione preminente), la proprietà ha saputo valorizzare il microclima locale attraverso la produzione di un olio extravergine di oliva.

Il ristorante del Castello è affidato alla direzione tecnica dello Chef Emanuele Monzeglio. La sua linea culinaria evita le derive del formalismo fine a se stesso per concentrarsi su un’esecuzione rigorosa dei classici monferrini, interpretati con un’estetica contemporanea. Piatti come la battuta di fassona con robiolino fresco o le preparazioni costruite attorno all’olio della tenuta dimostrano una selezione della materia prima basata su un rigore quasi filologico. La cucina di Monzeglio si definisce per la pulizia dei sapori e la capacità di dialogare con le etichette storiche prodotte nelle tre tenute di famiglia (Cà di Corte, Castello di Razzano e Campasso).

L’ospitalità del Relais riflette l’approccio di una dimora privata aperta a una clientela internazionale alla ricerca di discrezione. Cenare nel cortile monumentale durante la stagione estiva permette di percepire la stratificazione storica del luogo, dove il lusso è definito dalla quiete e dal silenzio delle colline circostanti. La visita al Museo ArteVino, propedeutica alla tavola, fornisce la chiave di lettura necessaria per comprendere la complessità enologica che caratterizza il Monferrato degli Olearo.

Foto: Castello di Razzano

Castello Sannazzaro: 900 Anni di Storia e un Fantasma Pittore

A Giarole, nel Monferrato casalese, il Castello Sannazzaro rappresenta un caso quasi unico di continuità storica: appartiene infatti alla stessa famiglia, i Conti Sannazzaro Natta, da quasi 900 anni, sin dal diploma imperiale di Federico Barbarossa del 1163. Questa continuità ha preservato il castello come una dimora viva, ricca di memorie, archivi, arredi originali e… fantasmi. La leggenda più celebre riguarda il giovane pittore torinese Grosso, morto vittima di una caduta mentre affrescava la sala da ballo nell’Ottocento; si dice che il suo spirito, bonario e burlone, vaghi ancora per le sale accendendo le luci e facendosi notare dagli ospiti.

L’ospitalità dei conti Sannazzaro è di tipo Bed & Breakfast di alto livello, un’esperienza intima che permette di vivere il castello come ospiti di famiglia. Sebbene non vi sia un ristorante aperto al pubblico tout court per i passanti, la colazione servita nelle sale storiche è un momento regale, e vengono regolarmente organizzati eventi, visite guidate e cene che permettono di godere della convivialità del maniero.

Il fascino di Sannazzaro risiede nella sua autenticità non musealizzata. I pavimenti in legno scricchiolano sotto i passi, le biblioteche sono piene di libri antichi consultati da generazioni, e le camere (alcune nella torre, altre con letti a baldacchino) hanno un sapore antico e vissuto. È il luogo ideale per chi cerca storie da ascoltare direttamente dalla voce dei proprietari, immersi in un’atmosfera che mescola la grande storia con il mistero delle leggende locali.

Foto: Castello Sannazzaro

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