I Migliori Ristoranti di Cortina: La Guida agli Indirizzi Cult Sotto I Cinque Cerchi

Alla vigilia delle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, la nuova geografia del gusto. Ecco dove prenotare per vivere e gustare la Regina delle Dolomiti: 14 tappe imperdibili tra rifugi in quota, masi storici e salotti gourmet.

L’aria è elettrica, tagliente, diversa. Manca un respiro all’accensione della fiaccola olimpica e tutta la Valle d’Ampezzo è in pieno fermento. Sotto la spinta propulsiva di Milano-Cortina 2026, l’intero comparto dell’ospitalità ha subito un’accelerazione vertiginosa, trasformando la valle in un laboratorio culinario vibrante.

Sedersi a tavola a Cortina significa intraprendere un viaggio culturale, tra fermentazioni audaci, il recupero di ingredienti ancestrali e un servizio che fonde il calore montano con l’efficienza manageriale. Preparate i palati: la sfida per l’oro non si gioca solo sulle piste innevate, ma a colpi di forchetta, in una Cortina più scintillante, gustosa e proiettata nel futuro che mai. Qui, la nostra selezione dei migliori ristoranti di Cortina, 14 indirizzi che stanno scrivendo la storia — e il menù — dell’anno olimpico.

I migliori ristoranti di Cortina selezionati da Cucine d’Italia

SANBRITE: L’ANIMA RUVIDA E POETICA DELLE DOLOMITI

A località Alverà, Riccardo Gaspari e Ludovica Rubbini custodiscono un segreto fatto di legno e silenzio. Qui non si cerca l’apparenza, ma una connessione profonda e senza filtri con la natura.

Lasciatevi alle spalle la vetrina di Corso Italia. Salire al SanBrite significa spegnere il rumore e sintonizzarsi su una frequenza più antica. Appena scesi dall’auto, l’accoglienza è affidata all’odore pungente della legna che arde e al respiro dei larici. Nessun effetto speciale: si entra in un vecchio fienile che ha mantenuto intatta la sua anima, oggetto di un recupero conservativo che non ha tradito la storia per inseguire le mode.

Dentro, l’atmosfera è calda, avvolgente, quasi monastica. Il legno vecchio di recupero, lasciato al naturale, riveste pareti e soffitti, creando un guscio protettivo dove il tempo sembra rallentare. Le grandi vetrate non sono vezzi di design, ma semplici aperture necessarie per lasciare che le Tofane e la neve entrino a far parte del pasto. Dimenticate l’etichetta rigida: i tavoli, opera di artigiani locali, si presentano nudi, senza tovaglie. Si mangia a contatto con la materia viva, su ceramiche dalle superfici imperfette e con posate che evocano la manualità contadina. È un’eleganza scarna, essenziale, che punta dritta alla sostanza.

In cucina Riccardo Gaspari, allevatore diventato chef stellato, porta in tavola la sua verità. La sua “agricucina” è fatica e rispetto: quasi tutto ciò che servono arriva dall’azienda agricola di famiglia, il “Brite”, o dai boschi lì fuori. Il menu del 2026 è un racconto sincero del territorio, privo di sovrastrutture. Piatti come gli spaghetti al pino mugo — balsamici, resinosi, legati da un burro di malga fatto in casa — o la tartare di vacca vecchia servita con brodo di cortecce, non sono esercizi di stile, ma bocconi di paesaggio.

In sala, Ludovica Rubbini orchestra un servizio attento ma mai ingessato, raccontando la filiera cortissima di ogni ingrediente, dal latte munto al mattino alle erbe spontanee. Il SanBrite è questo: un luogo di verità, dove si riscopre il gusto primordiale della montagna.

SanBrite

RISTORANTE TIVOLI: IL SALOTTO SOSPESO TRA LAGUNA E DOLOMITI

Sulla strada per il Falzarego, Graziano Prest guida un presidio di solidità culinaria. Dove la materia prima arriva senza intermediari e la cucina ignora i capricci del momento.

Per capire il Tivoli bisogna salire. Arrampicarsi verso località Lacedel, sulla strada che punta alle piste di Socrepes e al Falzarego, lasciandosi alle spalle il fondovalle. Quello che vi aspetta è una solida casa ampezzana, con il tetto carico di neve e il balcone in legno scuro che promettono riparo.

Dentro, l’atmosfera è quella di un salotto privato che ha visto passare decenni senza invecchiare. Niente eccessi, solo il calore di un ambiente che sa di casa: boiserie chiare, tessuti caldi, la luce morbida che protegge dal gelo esterno. La mise en place è quella delle grandi occasioni, con il lino immacolato e i cristalli, ma senza ostentazione. Dalle finestre, la conca di Cortina illuminata è uno spettacolo silenzioso, uno sfondo che accompagna la cena senza mai rubare la scena a ciò che accade nel piatto.

La cucina di Graziano Prest è autentica, rispettosa. La sua è una mano ferma, matura, che da anni mantiene un livello altissimo unendo due anime apparentemente distanti: la roccia e l’acqua salata. La scommessa, vinta ogni giorno, è portare a 1200 metri una materia prima ittica che profuma ancora di Adriatico, arrivata diretta dai mercati di Chioggia e Venezia per dialogare alla pari con la cacciagione e il sottobosco locale.

Non è fusion, è territorio allargato. Nel piatto la capasanta dà del tu al porcino, l’agnello dell’Alpago rivela una tecnica di cottura millimetrica. La cucina del 2026 di Prest punta dritta all’essenziale: concentrazione assoluta del gusto ed estetica pulita. I risotti, mantecati all’onda secondo i ritmi delle stagioni, restano un passaggio obbligato per capire la filosofia dello chef. A sostenere il tutto, una cantina profonda, enciclopedica, gestita con la competenza di chi sa scovare l’etichetta giusta, dal grande rosso francese alla perla nascosta tra le vigne altoatesine.

Tivoli

ALAJMO CORTINA: IL SALOTTO DI CORSO ITALIA

Negli spazi che furono del mitico El Toulà, i fratelli Alajmo riscrivono le regole del gioco. Niente cerimoniali ingessati, solo grande cucina e voglia di stare insieme.

L’approdo dei fratelli Alajmo – Massimiliano e Raffaele, le tre stelle de Le Calandre – nel cuore di Cortina ha segnato un punto di svolta per la mondanità gastronomica locale. Ereditando gli spazi spazi storici dell’ex El Toulà, all’interno dell’Hotel Ancora su Corso Italia, trasformano un luogo simbolo della “dolce vita” ampezzana in un avamposto della loro filosofia. Il design è un omaggio intelligente alla storia del luogo: gli interni conservano il fascino retrò delle boiserie scure e dei velluti, ma sono stati rivitalizzati con tocchi di ironia e contemporaneità tipici dello stile Alajmo.

Al piano terra, il Bar Alfredo è diventato immediatamente il punto di ritrovo per l’aperitivo più ambito, un luogo vibrante dove il design gioca con elementi surreali e l’atmosfera è quella di un club esclusivo ma rilassato. Il ristorante si sviluppa su due livelli, ma è al piano superiore che la scena si apre: affacciata sul passeggio del Corso e sulle vette, la sala unisce lusso e dimensione domestica, eliminando ogni rigidità formale per lasciare spazio alla convivialità.

Il ristorante su due piani, al piano superiore, con la sua vista privilegiata sul passeggio del Corso e sulle cime circostanti, è al contempo lussuoso e domestico, pensato per far sentire l’ospite parte di una narrazione gastronomica divertente e priva di rigidità formali.

Alajmo Cortina

ROSAPETRA: TOFANE IN VETRINA E MIXOLOGY ALPINA

A Zuel di Sopra, il concetto di vista non è una metafora. Pareti di vetro, cucina solida e una sfida al calice: qui i piatti dialogano con cocktail d’autore.

Arrivando da sud, a Zuel di Sopra, il Rosapetra gioca la sua carta migliore con una franchezza disarmante. Il ristorante, ribattezzato Vista, è esattamente ciò che promette: un osservatorio gastronomico dove l’architettura scompare per lasciare spazio alla montagna. Le pareti sono immense lastre di vetro che incorniciano le Tofane, trasformando il massiccio in una presenza fisica in sala, mutevole dal blu dell’alba all’incendio dell’enrosadira.

L’interno è un esercizio di sottrazione e materia. Legno di cirmolo, pietra locale a spacco, tessuti in lana cotta e pelli naturali creano un ambiente intimo, caldo e profondamente rilassante.

Ai fornelli, l’Executive Chef Fabio Manni dirige una cucina che evita i virtuosismi per puntare alla sostanza. Italianità classica, radici bellunesi e una gestione intelligente dei tempi: agile a pranzo, strutturata e complessa la sera. La materia prima non ha bisogno di maschere: prosciutti riserva e carni di alta gamma arrivano nel piatto con una pulizia formale assoluta.

Ma la vera accelerazione del 2026 sta nel bicchiere. Il Rosapetra osa oltre la carta dei vini, spingendo su un pairing audace con cocktail d’autore. Infusi di erbe alpine, gin artigianali e sciroppi home-made sgrassano e accompagnano, creando contrasti e armonie inaspettate tra le botaniche del drink e il piatto.

Rosapetra

SAVOY E 1224 RESTAURANT: IL POLO GASTRONOMICO DEL GRAND HOTEL

Soglia d’onore del salotto ampezzano, lo storico hotel gioca la carta del dualismo. Da una parte il rito classico del Savoy, dall’altra la freschezza tecnica del 1224.

Il Grand Hotel Savoia trascende la sua posizione strategica; nel 2026 si è trasformato in un hub gastronomico a due velocità. La prima è quella lenta e solenne del Ristorante Savoy. Qui, sotto soffitti alti e lampadari di cristallo, va in scena il rito della grande hôtellerie europea, formale ma accogliente. Lo chef Luigi Sarsano dirige una sala dove il servizio in guanti bianchi non è un vezzo, ma parte della sostanza. La cucina è un pendolo che oscilla tra l’internazionale — filetto alla Rossini, sogliola alla mugnaia — e il rigore filologico ampezzano, con i casunziei rossi eseguiti come comandamento. Un porto sicuro per chi cerca la certezza della tradizione.

Il cambio di passo arriva con il 1224 Restaurant, la vera novità della stagione olimpica. Nato per ospitare il team di Baita Piè Tofana (attualmente in restyling), è un innesto contemporaneo nel corpo storico dell’hotel. Il design cambia registro, le linee si puliscono, l’ambiente si fa intimo. In cucina c’è Federico Rovacchi, mano educata alla scuola di Bartolini e Niederkofler, che porta in fondovalle il suo “alpino ricercato”. In attesa di tornare in quota, Rovacchi lavora di fino tra la solidità della carne e la delicatezza del pesce, alleggerendo tutto con erbe e fermentazioni. La selvaggina cotta a bassa temperatura con jus intensi e le radici invernali trovano qui una vetrina urbana inedita.

Il sigillo finale spetta al 1224 Terrazza e Bar Lounge. Con le Dolomiti in faccia, è il punto di riferimento per l’après-ski, dove i cocktail sono preparati con la stessa cura sartoriale riservata ai piatti.

Savoy e 1224 Restaurant

BAITA FRAINA: IL CUSTODE DELLA TRADIZIONE AMPEZZANA

Sulle pendici del Faloria, la famiglia Menardi custodisce un’identità alpina autentica. Cucina concreta, servizio che sfida i grandi ristoranti urbani e una cantina con oltre 600 etichette, rara a queste altitudini.

Defilata tra i larici, ad appena quattro chilometri da cortina, Baita Fraina custodisce un’identità alpina autentica e rigorosa. Da quasi cinquant’anni sotto la guida dei Menardi, questo indirizzo rappresenta l’essenza dell’architettura ampezzana, depurata da inutili orpelli. Un presidio di continuità in una Cortina che spesso corre troppo veloce.

All’interno un percorso intimo fatto di stube rivestite in cirmolo scaldate dal calore delle muss in maiolica e oggettistica d’antan, mentre la terrazza apre lo sguardo sulle cime del Faloria. In sala, il servizio si muove con discrezione, professionale e attento. Qui si torna per ritrovare una dimensione domestica e un’ospitalità che è diventata leggendaria.

Sotto la guida di Luca Menardi, terza generazione della famiglia, la cucina vive un’evoluzione nel segno della continuità. Nessuno stravolgimento, ma una rilettura contemporanea della tradizione attraverso tecniche di cottura moderne e una selezione rigorosa delle materie prime.

I piatti sono quelli della memoria collettiva ampezzana, eseguiti però con una leggerezza e una precisione estetica nuove. I ravioli di stracotto di maialino con finferli e fondo d’arrosto sono un piatto firma che riassume questa filosofia: sapori intensi, consistenze perfette, presentazione elegante. La selvaggina – cervo, capriolo, camoscio – è trattata con rispetto reverenziale, proposta in cotture che ne preservano la succulenza e abbinata immancabilmente alla polenta di mais sponcio e ai funghi del territorio.

Altrettanto ricercata è la proposta enologica, complice la gestione familiare dell’Enoteca Cortina in centro, con oltre 600 etichette selezionate tra annate importanti e grandi classici.

Baita Fraina

AL CAMIN: LA SOSTANZA DEL GUSTO CON IL CALORE DEL FOCOLARE

Cucina di sostanza e accoglienza schietta: il regno goloso di Fabio Pompanin

Lungo la strada di Alemagna, in località Alverà, Al Camin si conferma un indirizzo solido per chi cerca concretezza in un ambiente caldo e intimo. L’arredamento in stile alpino moderno e le ampie vetrate definiscono uno spazio rilassato, dove il servizio gestito dalla moglie Lorena accoglie il cliente con quella tipica schiettezza ampezzana che fa sentire subito a casa.

In cucina, lo chef patron Fabio Pompanin firma una proposta che è specchio fedele della sua personalità: generosa, diretta e tecnicamente ineccepibile, lontana da intellettualismi superflui. Il menu racconta il territorio con decisione, concedendosi qualche calibrata incursione esotica. L’insalatina di fagiano tiepida con verdure croccanti è l’antipasto che attesta la sua sensibilità nel trattare la cacciagione, mentre i primi, dagli gnocchi alle erbe spontanee alle tagliatelle ai porcini, puntano dritti al sapore. Tra i secondi, la tagliata di cervo ai lamponi resta un classico inamovibile: carne al sangue e acidità del frutto per pulire il palato.

La cantina costruita personalmente dallo chef, appassionato sommelier, che privilegia etichette capaci di dialogare alla pari con la sua cucina di sostanza.

Al Camin

EL BRITE DE LARIETO: IL GRADO ZERO DELLA FILIERA AMPEZZANA

Dalla stalla al piatto senza intermediari: la cucina agricola e il caseificio Piccolo Brite definiscono il sistema circolare della famiglia Gaspari a 1700 metri d’altezza.

Situato in località Larieto, lungo la strada che sale verso Passo Tre Croci, El Brite de Larieto rappresenta la genesi operativa della famiglia Gaspari, il nucleo originario che precede l’evoluzione concettuale del SanBrite. La struttura, ricavata dal recupero di un fienile degli anni Trenta e di una stalla dismessa, sorge nel cuore di un bosco di larici dominato dal Monte Cristallo. Gli interni mantengono i tratti funzionali dell’architettura rurale locale: pavimenti in legno, panche massicce e stufe a legna definiscono sale dove la rusticità è elemento strutturale, non decorativo. All’esterno, la terrazza si apre direttamente sui pascoli e sulle vette dolomitiche, estensione naturale della sala durante la bella stagione.

La cucina di El Brite de Larieto rappresenta il grado zero della filiera corta: tutto ciò che arriva in tavola è autoprodotto, dai formaggi ai salumi, dalle carni alle verdure. Il burro di malga montato, servito come benvenuto con pane caldo fatto in casa, anticipa i taglieri di speck e formaggi stagionati – tra cui il Latteria, il Fermentino e il Dolcevita – che sintetizzano nel piatto la storia dell’allevamento locale. Riccardo Gaspari declina questa materia prima attingendo da vecchie intramontabili ricette ampezzane: canederli pressati, casunziei e polenta di mais sponcio accompagnano le carni di maiale e vacche (Pezzata Rossa e Grigio Alpina) nate e cresciute in azienda.

Adiacente al ristorante opera il Piccolo Brite, caseificio e bottega che funge da motore produttivo per l’intera filiera. Qui il latte munto nelle stalle limitrofe viene trasformato quotidianamente in prodotti a latte crudo, yogurt e burro, mentre le cantine ospitano la lavorazione dei salumi. Lo speck, affumicato al ginepro, segue stagionature che variano dai sei mesi all’anno, affiancato da coppa e pancetta. Il Piccolo Brite non agisce solo come magazzino del ristorante, ma come punto vendita autonomo che rende accessibile al pubblico il risultato tangibile del lavoro in stalla.

La gestione del complesso è affidata alla sinergia tra Riccardo Gaspari e Ludovica Rubbini. Mentre Gaspari supervisiona la parte agrotecnica e culinaria, garantendo la continuità tra i capi allevati e i piatti serviti, Rubbini coordina la sala e la cantina, applicando un approccio gestionale che valorizza le risorse umane e la precisione del servizio senza formalismi.

El Brite De Larieto

EL CAMINETO: IL NUOVO CORSO DEL “MELONCINO”

Ai piedi delle Tofane, la gestione del gruppo Majestas rinnova l’ambiente ma conferma lo chef Riccardo Rasina e i suoi iconici spaghetti alla cipolla.

Situato in posizione panoramica lungo la salita che porta al Passo Giau, ai piedi delle Tofane, El Camineto rappresenta un pezzo di storia della ristorazione sulle Dolomiti. Aperto nel 1968 e gestito per decenni dalla famiglia Melon – gestione che gli è valsa il soprannome storico di “Meloncino” – il ristorante è entrato recentemente nell’orbita del gruppo Majestas di Flavio Briatore. L’acquisizione ha portato un rinnovamento stilistico e una gestione dal respiro internazionale, rinfrescando gli interni senza però cancellare l’identità della struttura: il legno e i camini accesi restano i protagonisti di un ambiente che unisce l’esclusività a un’atmosfera adatta anche a chi rientra dalle piste.

Sul fronte gastronomico, la nuova proprietà ha scelto la via della continuità confermando alla guida della brigata lo chef Riccardo Rasina. La sua cucina propone un percorso italiano solido e moderno, lontano da eccessi creativi per concentrarsi sulla qualità della materia prima e sulla concretezza dei sapori. Il menu mantiene intoccabile il piatto firma del locale: lo spaghetto alla cipolla, un classico eseguito con tecnica precisa per ottenere una mantecatura dolce e cremosa. Accanto a questo simbolo, la carta spazia dalla pasta fresca, come i tagliolini al tartufo e i ravioli fatti in casa, fino a una selezione di carni pregiate alla griglia.

El Camineto

DE LEN: ELEGANZA ALPINA

Negli spazi dell’ex Hotel Impero, la consulenza di Andrea Ribaldone e gli interni in rovere antico definiscono un format versatile, dalla colazione al cocktail bar.

Situato in via Cesare Battisti, defilato ma vicinissimo a Corso Italia, De Len costruisce la sua identità attorno alla materia. Il nome – “di legno” in ladino – è una promessa mantenuta: un guscio di rovere antico riveste quasi integralmente le superfici, i soffitti e gli arreddi disegnando un ambiente intimo dall’eleganza alpina contemporanea.

Concepito come uno spazio fluido, il locale cambia pelle assecondando i ritmi della giornata, restando operativo dalla colazione fino al dopocena, per poi passare al bar (livello -1) che opera come un vero laboratorio di mixology, dove le botaniche e i prodotti del territorio diventano la base per inedite alchimie. Il risultato sono cocktail dalla struttura classica ma dal profilo aromatico sorprendente.

La linea gastronomica, supervisionata da Andrea Ribaldone e affidata a una brigata residente giovane e dinamica, propone una rilettura creativa dei sapori ampezzani. Applica tecniche moderne per valorizzare ed estrarre l’essenza di materie prime rigorosamente locali e selezionate. Il concept muta durante la giornata: dalle colazioni ai pranzi agili, fino alla cena, momento in cui la carta si struttura attorno a quattro elementi cardine — ortaggi, carne, pesce e formaggi.

Non aspettatevi liste infinite, ma proposte attente e ricercate. Da assaggiare i Bigoli al ragù di ossobuco di vitello e fonduta al Saporito d’Alpeggio Una carta ben strutturata con una forte presenza di etichette biologiche e biodinamiche.

De Len

RIFUGIO AVERAU: IL RISTORANTE “AL LIMITE DELL’UNIVERSO”

Sulla Forcella Nuvolau, a 2.413 metri, l’impronta di Margot e Matteo Siorpaes. Tra una cantina che omaggia Giacomo Tachis, il rito dello Stammtisch e le discese notturne, l’alta quota si conferma tappa imprescindibile.

A 2.413 metri sulla Forcella Nuvolau, punto di snodo tra le Cinque Torri e il Passo Giau, il Rifugio Averau è una realtà consolidata delle Dolomiti bellunesi. Inserito dal Sunday Times nella classifica dei dieci migliori ristoranti delle Alpi, è noto ai frequentatori come il Ristorante al Limite dell’Universo per la sua posizione dominante con vista su Civetta e Marmolada.

Dal 1980 regno di Sandro Siorpaes, il rifugio ha visto nel 2024 il passaggio di testimone ai figli Margot e Matteo, capaci di mantenere intatta l’identità del luogo. Se la figura di Sandro rimane presente come memoria storica e mentore, le redini operative sono saldamente nelle mani della seconda generazione: Margot gestisce la sala e i ritmi del bar, mentre Matteo dirige la brigata.

Al centro della sala, lo Stammtisch definisce la convivialità: il tradizionale “tavolo dell’amicizia” riservato agli ospiti abituali è un’istituzione che simboleggia l’accoglienza dei Siorpaes, dove il calore del fuoco centrale trasforma il pasto in un momento di condivisione profonda.

In cucina, la linea punta sulla concretezza della tradizione ampezzana eseguita con tecnica precisa. Da assaggiare i casunziei a mezzaluna con ripieno di rape rosse e semi di papavero, alternati alle pappardelle con porcini e speck o ai cappelli dell’alpino. Chiusura d’obbligo con la Torta di grano saraceno, noci, mandorle e mirtillo rosso, imbevuta di rum.

Sorprendente per la quota è la carta dei vini, curata da Matteo e Margot (sommelier e aspirante tale). La cantina conta circa 170 etichette italiane ed europee con due focus specifici: una selezione dedicata ai Vigneti delle Dolomiti IGT e una verticale che omaggia l’enologo Giacomo Tachis.

Durante la stagione invernale, il venerdì e il sabato, la cena in quota diventaun’esperienza. L’avvicinamento in motoslitta dal Rifugio Scoiattoli rende l’arrivo in vetta un momento emozionante, preludio a un finale altrettanto suggestivo: la discesa in notturna tra le piste solitarie, immersi nel silenzio totale della montagna.

Rifugio Averau

RIFUGIO SCOIATTOLI: PRANZO CON VISTA SULLE CINQUE TORRI

A 2.255 metri, il presidio della famiglia Lorenzi è un crocevia di gusto e vitalità. Tra sapori del territorio, relax e grandi eventi ai piedi delle Cinque Torri.

Punto di osservazione privilegiato, proprio davanti alle Cinque Torri, lo Scoiattoli (2.255 m) è un palco naturale che domina la conca ampezzana. Costruito nel 1969 dalla guida alpina Lorenzo Lorenzi e oggi saldamente in mano ai figli Guido e Claudia, il rifugio ha saputo evolversi nel suo essere vibrante e alla moda, pur rimanendo profondamente radicato nella sostanza.

La posizione è strategica: collocato direttamente sulle piste da sci e inserito nei circuiti del Super8 Ski Tour e del Giro della Grande Guerra, rappresenta un ottimo punto d’appoggio per cimentarsi nelle escursioni e nella visita al vicino museo all’aperto della Grande Guerra. Facilmente raggiungibile con la seggiovia delle 5 Torri, è anche il punto base d’elezione per quanti vogliono arrampicare nella famosa palestra delle 5 Torri e nelle falesie poco distanti.

Qui la montagna è vissuta con dinamismo: la terrazza diventa palcoscenico per eventi di caratura nazionale come “Calici di Stelle” (con i suoi banchi d’assaggio da oltre 100 etichette), per le iniziative del team Cortina Delicious — che animano la stagione con concerti in quota, feste panoramiche e rievocazioni storiche — e per le “Cene Stellari”, serate in cui la cucina esce dalla routine per proporre menu degustazione studiati appositamente per dialogare con i vini.

Una cucina casalinga, supervisionata dalla famiglia, non ci sono voli pindarici inutili, ma una rilettura intelligente del territorio. Da provare le Violette ai sapori di bosco, una pasta fresca all’uovo impastata con mirtilli, da qui il colore violaceo con una nota acidula fondamentale per l’equilibrio del piatto, accompagnata da un condimento di porcini, speck croccante e panna leggera.

Interessante la variazione sul tema della cotoletta alla milanese: qui la panatura è realizzata con la Puccia, il pane di segale al cumino tipico delle Dolomiti. Il risultato? Una crosta scura, aromatica e molto croccante, dove il cumino rende la frittura più leggera. Servita con patate all’ampezzana, è il piatto di resistenza per eccellenza. Per i dolci, ci pensa Claudia, che punta sulla golosità diretta con un Salame al Cioccolato avvolto da una crema calda alla vaniglia.

Rifugio Scoiattoli

RIFUGIO POMEDES: IL NIDO D’AQUILA SULLO SCHUSS

A 2.303 metri, la famiglia Ghedina custodisce la memoria dello sci olimpico. Piatti di sostanza e una terrazza vertiginosa sulle Tofane.

Incastonato come un nido d’aquila tra le rocce delle Tofane a 2.303 metri, proprio alla partenza del vertiginoso canalone della pista olimpica Schuss, il Rifugio Pomedes regala una delle viste più aeree e spettacolari. La gestione della famiglia Ghedina (Ruggero e Renata) custodisce con orgoglio l’eredità del fondatore Luigi “Bibi” Ghedina, storica guida alpina. L’ambiente è quello del rifugio puro e autentico: legno scuro, fotografie storiche di alpinismo e sci alle pareti, un profumo di cucina che accoglie chi entra. La terrazza esterna è il posto privilegiato per osservare gli sciatori che si lanciano sulle piste più tecniche della Coppa del Mondo.

La cucina si concentra sulla tradizione pura, senza compromessi o rivisitazioni modaiole. Qui si viene per mangiare i piatti di una volta, preparati come una volta. I casunziei rossi all’ampezzana sono tra i migliori della valle, con una sfoglia sottile che racchiude un ripieno di rapa rossa dolce e speziato al punto giusto, conditi con abbondante burro fuso e semi di papavero. I taglieri tirolesi sono abbondanti, carichi di speck, formaggi di malga e sottaceti. Il goulash con polenta è denso, scuro, cotto lentamente fino a che la carne non si scioglie, perfetto per riscaldarsi nelle rigide giornate d’inverno. Pomedes è la garanzia di un pasto autentico in un luogo che trasuda storia e passione per la montagna

Rifugio Pomedes

RIFUGIO ANGELO DIBONA: UN BALCONE SULLE DOLOMITI NEL SEGNO DEL MITO

Ai piedi della Rozes, la quinta generazione custodisce l’eredità del grande scalatore. Uno scenario vertiginoso che fa da cornice a una cucina schietta e genuina.

Sotto la vertigine della parete sud della Tofana di Rozes (2.083 m), il Rifugio Dibona sfida le logiche del turismo di massa. Intitolato al mito dell’alpinismo Angelo Dibona, il presidio è guidato da Riccardo e Nicola Recafina — quinta generazione di custodi — che hanno tracciato una linea netta: stop alle motoslitte. Una scelta radicale, quasi provocatoria nel circuito ampezzano, che restituisce alla montagna la sua colonna sonora originale. Raggiungerlo richiede un’ora di cammino, un “prezzo” onesto per godersi la terrazza spalancata su Croda da Lago e Lastoi de Formin e ritrovare, all’interno, un’atmosfera schietta, dove il rifugio torna a essere rifugio.

La cucina è genuina, golosa e decisamente carnivora, dove le porzioni onorano la fatica della salita. A tenere banco sono i tagliolini mirtillo, mascarpone e speck: un piatto robusto, dove la dolcezza del condimento stempera la sapidità del salume. Il resto del menu poggia sui pilastri della tradizione, tra grigliate miste e polenta con salsiccia e funghi. Chiusura affidata a strudel e crostate fatte in casa come una volta, senza fronzoli.

Rifugio Angelo Dibona

I Migliori Ristoranti di Cortina: La Guida agli Indirizzi Cult Sotto I Cinque Cerchi

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