La nascita del mito di Taormina

Dalle mulattiere sterrate del Settecento ai fasti della Belle Époque: come l’incontro tra l’Arcadia di Goethe, le visioni di Geleng, gli scatti di Von Glöden e il mecenatismo di Lady Trevelyan ha trasformato un borgo rurale in una delle mete più affascinanti e desiderate del turismo internazionale.

«Tutta la storia dell’Italia, della Sicilia e della Grecia, in una parola del mondo mediterraneo, si riassumeva a Taormina, e l’animo vi trovava ogni appagamento non meno dei sensi, perché la bellezza delle sue creature era ben degna di quella delle cose e dei ricordi. Un universo adatto a me e che poteva diventare completamente mio: io avevo raggiunto il mio ideale, mi trovavo sull’Acropoli della bellezza. Non si trattava più di dipingere, ma di essere felici, di eternare una beatitudine e non dei colori. Ormai la mia decisione era presa: a Taormina volevo vivere e morire».  

Queste le parole memorabili che Roger Peyrefitte — tra i più celebri scrittori francesi del Novecento — fa pronunciare al barone Wilhelm von Glöden nella sua biografia romanzata Eccentrici Amori: un’invocazione che racchiude, da sola, lo spirito di un’intera epoca.

L’Arcadia ritrovata: il Grand Tour

È la Sicilia del Grand Tour: la terra promessa di viaggiatori mitteleuropei che, tra Settecento e Ottocento, scendevano nel profondo Mezzogiorno d’Italia alla ricerca dell’Arcadia perduta. Rampolli dell’aristocrazia europea, poeti inquieti, pittori e filosofi attraversavano il continente per immergersi tra templi dorici e rovine millenarie, affidando a taccuini, incisioni e tele il racconto di un’isola baciata dal sole.

I resoconti e le immagini dei primi grandi pionieri alimentarono nell’Europa colta e aristocratica un’irresistibile malìa per la Sicilia. Nella seconda metà del Seicento, il cartografo francese Albert Jouvin de Rochefort descrisse l’isola nella celebre guida Le Voyageur d’Europe (pubblicata tra il 1672 e il 1676). Un secolo più tardi, nel 1770, fu lo scozzese Patrick Brydone a compiere il suo viaggio, pubblicando nel 1773 A Tour through Sicily and Malta: un vero e proprio best-seller internazionale che rese la Sicilia una meta affascinante per l’aristocrazia britannica.

A consolidare quell’interesse contribuì poi l’incisore francese Jean-Pierre Houël, che tra il 1776 e il 1779 percorse l’isola a più riprese, dando alle stampe, tra il 1782 e il 1787, i quattro volumi del Voyage pittoresque des isles de Sicile, de Malte et de Lipari, impreziositi da incisioni e acquatinte.

Tuttavia, fu Johann Wolfgang von Goethe a consacrare l’isola nell’immaginario collettivo europeo. Se fino ad allora la gran parte dei viaggiatori considerava Napoli il traguardo conclusivo del viaggio in Italia, il poeta di Weimar volle spingersi oltre lo Stretto di Messina, trasformando la Sicilia in una tappa imprescindibile per l’élite intellettuale dell’epoca.

Vi giunse nella primavera del 1787 con l’animo inquieto di chi desiderava fuggire dalle convenzioni della corte tedesca. Nelle sue tasche portava i resoconti di Patrick Brydone e le annotazioni d’arte di Johann Hermann von Riedesel (Reise durch Sicilien und Großgriechenland, 1771) — guide preziose per orientarsi tra i miti e le rovine dell’isola —, ma nel cuore inseguiva un sogno ancora più alto: la promessa di un’armonia perduta e il ritorno alla purezza classica, capaci di placare la sua sete di bellezza.

Se già prima di mettersi in viaggio Goethe aveva affidato alla voce della giovane Mignon — nel romanzo Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister — i versi struggenti di «Kennst du das Land, wo die Zitronen blühn?» («Conosci la terra dove fioriscono i limoni?») per evocare l’ideale nostalgico del Sud mediterraneo, fu poi di fronte al paesaggio siciliano — più ancora di quello napoletano — che quella terra promessa trovò il suo compimento reale.

Quel peregrinaggio, immortalato nel capolavoro Italienische Reise (Viaggio in Italia), divenne la testimonianza più alta della stagione del Grand Tour, racchiusa da Goethe in una riflessione divenuta ormai celebre:

«L'Italia, senza la Sicilia, non lascia nello spirito immagine alcuna. È in Sicilia che si trova la chiave di tutto».

Tappa ineludibile di questo peregrinaggio, Taormina divenne il rifugio prediletto da un’élite internazionale alla ricerca della bellezza classica e del mito mediterraneo.

La luce di Geleng e la nascita del mito di Taormina

Se Goethe aveva affidato il fascino della Sicilia alle pagine scritte, fu l’intrepida determinazione di un giovane pittore berlinese dai capelli rossi a fare di Taormina la capitale d’elezione del Grand Tour ottocentesco.

Quando Otto Geleng giunge a Taormina nel 1862, non ha ancora vent’anni e si trascina i postumi di una salute fragile che lo aveva già costretto a una pausa forzata a Roma. A spingerlo fin quaggiù — lungo un itinerario che da Napoli, Amalfi e Capri penetrava nel cuore del Mezzogiorno — è il ricordo vivo di un acquarello del suo maestro, Eduard Biermann, che ritraeva le rovine del Teatro Greco sospese sul vuoto.

A Taormina, Geleng non trova soltanto un soggetto da riprodurre su tela. Trova una luce cruda e primordiale che lo strega. Prende stanza nella casa di Giuseppe Floresta, vaga per le trazzere con il cavalletto a spalla, si innamora della vicina Filomena Zuccaro e la sposa, fissando in decine di bozzetti e xilografie — come quella di Palazzo Corvaja — l’architettura e il paesaggio del luogo.

Nel 1863, Geleng rientrò a Berlino per esporre le sue opere. Quei paesaggi luminosi e saturi di colore, nei quali la fioritura primaverile contrastava con la vetta innevata dell’Etna, destarono al contempo meraviglia e aperto scetticismo. Di fronte a tanta incredulità il pittore esortò: «Venite e vedrete».

Tornato a Taormina per preparare convenientemente l’arrivo degli ospiti, convinse i Floresta ad adattare la loro abitazione per accoglierli, trasformandola in un albergo. Lui stesso dipinse su una grande tela l’insegna con la scritta Hotel Timeo — omaggio al filosofo e storico antico Timeo di Tauromenio — e la affisse all’ingresso.

Quando gli ospiti da Berlino giungono nell’isola rimangono affascinati e conquistati. I loro resoconti entusiasti faranno di Taormina la meta prediletta del turismo continentale.

Wilhelm von Glöden e la scuola fotografica taorminese

Fu lo stesso Geleng a consigliare un soggiorno a Taormina al connazionale Wilhelm von Glöden, per curare la tubercolosi nel clima salubre della Sicilia, dove effettivamente guarì. Il barone vi giunse nel 1878, acquistando una casa di fronte all’ex Convento di San Domenico (nei pressi di quella che negli anni Cinquanta diventerà la celebre Villa delle Palmare).

Nonostante il legame con la Sicilia, Glöden viaggia costantemente lungo la penisola. A Francavilla frequenta Francesco Paolo Michetti: è proprio il celebre pittore abruzzese — solito usare la fotocamera per fissare volti popolari e tagli di luce da trasfigurare poi sulla tela — a cogliere per primo il talento del giovane tedesco, incoraggiandolo a proseguire sulla strada della fotografia artistica. Gli scatti di questo periodo, popolati da modelli dai tratti tipicamente abruzzesi, finiranno presto sulle riviste dell’epoca per illustrare articoli folcloristico-antropologici sui popoli del Sud.

A Napoli, invece, il barone stringe un intenso sodalizio con il cugino Wilhelm von Plüschow, anch’egli devoto al nudo maschile. In questi trasferimenti campani Glöden porta talvolta con sé gli stessi ragazzi taorminesi, che finiscono così per posare di fronte all’obiettivo di Plüschow o per essere immortalati tra i resti di Pompei e gli scorci del golfo.

Per padroneggiare la complessa chimica dei sali d’argento, si rivela decisiva la lezione di Giuseppe Bruno (1836-1904), ingegnere e primo vero fotografo professionista attivo a Taormina fin dal 1875. Autore di vedute nitide ed eleganti, Bruno ama a tal punto la sperimentazione su reagenti, tempi di posa e tecniche di stampa da firmarsi orgogliosamente chimico-fotografo. Sarà lui a guidare i primi passi di Von Glöden in laboratorio, trasmettendogli un rigore tecnico fondamentale per la resa delle sue immagini.

Allo stesso Bruno si deve, con ogni probabilità, anche la formazione del taorminese Giovanni Crupi, che nel 1885 aprirà il celebre atelier Fotografia artistica G. Crupi in via Teatro Greco, seguito da una seconda sede in piazza Duomo. Tra Glöden e Crupi nasce così un intreccio di amicizia, affinità e sottile rivalità: una contaminazione stilistica talmente profonda, soprattutto nella produzione paesaggistica, da rendere ancora oggi complessa l’attribuzione di alcuni scatti.

La sua prolifica produzione fotografica esplora territori differenti e complementari: dalle vedute limpide dei paesaggi taorminesi e siciliani alle architetture dei monumenti antichi, fino ai ritratti di contadini, pastori e pescatori abbigliati nei costumi della tradizione locale. Sono proprio questi scatti di genere — insieme al crudo reportage con cui documenterà la devastazione del terremoto di Messina del 1908 — a trovare nella cartolina turistica un veicolo di diffusione potente.

Ma sono le grandi esposizioni internazionali a fargli da straordinaria cassa di risonanza: dal Cairo a Berlino, da Philadelphia a Marsiglia, fino a Riga, Dresda e alla rassegna di Roma del 1911. Grazie a queste vetrine, il lavoro di Glöden proietta Taormina nell’immaginario collettivo d’Europa e d’oltremare, consacrandola definitivamente a meta d’élite del turismo internazionale.

Lady Florence Trevelyan: l’Isola Bella e il bel mondo

Parallelamente alla visione d’Arcadia evocata dall’obiettivo di Von Gloeden, Florence Trevelyan ne costruisce la dimensione sociale, aristocratica e paesaggistica. Nata nel cuore dell’aristocrazia britannica e cresciuta tra le sale del castello di Balmoral, Florence viene allontanata dall’Inghilterra dalla stessa regina Vittoria, decisa a soffocare le voci su una relazione fin troppo intima con l’erede al trono, il futuro Edoardo VII. Dopo un lungo Grand Tour tra l’Europa e il Nord Africa con la cugina Louisa Harriet Perceval, nel 1881 la giovane esule sbarca in Sicilia. Affascinata dai luoghi e forte di un cospicuo vitalizio, decide di non ripartire più, prendendo inizialmente dimora al Timeo.

A Taormina Florence trova una vera rinascita. Nel 1890 sposa Salvatore Cacciola, medico colto e futuro sindaco della città, con cui stringe un’unione fondata su una profonda intesa culturale e una comune visione filantropica. La coppia stabilisce la propria residenza in via Teatro Greco, in quello che oggi è Palazzo Acrosso-Papale: un’imponente dimora la cui proprietà si estendeva dal Teatro Antico fino al mare, e nel cui giardino Cacciola farà persino erigere il tempio della prima loggia massonica di Taormina.

È proprio insieme a Cacciola che prende vita un ambizioso progetto di architettura del paesaggio, destinato a regalare a Taormina la sua impronta verde e alcuni degli scorci più suggestivi al mondo. Lady Florence acquista terreni lungo il pendio trasformandoli nell’Hallington Siculo: un monumentale giardino all’inglese dove la macchia mediterranea e le piante esotiche convivono con i pavoni e con le stravaganti Victorian Follies — le bizzarre torrette in mattoni e legno concepite per la lettura e l’osservazione degli uccelli. Da questo ambizioso disegno naturalistico nascerà, nei primi anni Venti del Novecento, l’attuale Parco Comunale della città.

Poco dopo, Florence acquista anche lo scoglio di Santo Stefano, trasformandolo in un paradiso botanico privato che lo stesso barone Glöden avrebbe ribattezzato Isola Bella: un ecosistema unico, rimasto intatto nel tempo, oggi riserva naturale protetta e simbolo della Sicilia nel mondo.

La villa dei Cacciola-Trevelyan diventò rapidamente un polo d’attrazione per il bel mondo internazionale. Austocratici, viaggiatori, artisti e pensatori vennero ospitati: dallo zar Nicola II al Kaiser Guglielmo II, dalla regina del Portogallo Amelia d’Orléans a figure di straordinario fascino e mecenatismo come Donna Franca Florio e Tina Whitaker, fino ai grandi scrittori della letteratura e della filosofia come Oscar Wilde, D.H. Lawrence, Gabriele D’Annunzio e Friedrich Nietzsche. Nel 1906 quando, a bordo dello yacht reale, giunse a Taormina il re d’Inghilterra Edoardo VII insieme alla regina Alessandra: a ospitarli fu proprio Florence Trevelyan, ricomponendo dopo decenni l’incontro tra i due ormai anziani protagonisti degli antichi pettegolezzi della corte vittoriana.

Il cenacolo cosmopolita

Taormina si era ormai affermata come la capitale indiscussa di un turismo raffinato, libero e sognatore. Tra le sue vie passeggiavano l’industriale della siderurgia Friedrich Alfred Krupp, Guglielmo Marconi, Richard Strauss, Joseph Conrad, il Premio Nobel André Gide e persino la poetessa russa Sofija Parnok. E vi giunse anche Guy de Maupassant, che ne rimase talmente affascinato da definirla una tappa imprescindibile per chiunque visitasse l’isola, ricordandola come:

«È solamente un paesaggio, ma un paesaggio che possiede tutto quel che sulla terra serve per sedurre gli occhi, la fantasia, la mente».

Con la morte di Von Gloeden nel 1931, l’eredità artistica del barone passò al fedele assistente Pancrazio Buciunì, detto il Moro. Durante il ventennio fascista l’archivio fotografico fu travolto dalla censura: nel 1939 la poliziaperquisì lo studio e mandò al macero circa duemila stampe e mille lastre di vetro. Il processo penale a carico di Buciunì si concluse tuttavia il 30 maggio 1941 con una piena assoluzione, poiché i giudici stabilirono che le immagini non rispondevano a intenti lascivi ma a una ricerca estetica.

Delle tremila lastre originarie ne sono sopravvissute circa millatrecento. Nel dopoguerra Buciunì aprì un negozio con il fotografo Giovanni Malambrì; oggi è il figlio Nino Malambrì a custodirne la memoria attraverso una preziosa collezione privata. Al contempo, A Firenze, la Fondazione Alinari continua a stampare e catalogare l’opera del barone — celebrato da Roland Barthes e definito da Antonio Aniante e Gesualdo Bufalino un “Fidia moderno” —, mentre a New York i suoi scatti sono esposti al Leslie-Lohman Museum di Soho.

L’eredità di quella stagione irripetibile vive ancora oggi: dalla recente donazione al Comune di Taormina da parte della maison Dior di alcuni cimeli d’epoca di Glöden, fino alle mostre del Grand Tour Festival curate da Claudio Tomasello e alle iniziative dell‘Associazione Jacques Fersen ODV. Testimonianze vive di un mito — quello dell’Arcadia taorminese — che non smette di incantare il mondo.

Foto in evidenza: Pexels, foto di Alejandro de Roa

Foto mare Taormina: Pexels, foto di Erika Motta

Foto Taormina scorcio: Pexels, foto di Reinhard Bruckner

Foto opere di Wilhelm von Gloeden: Free domain, da Wikipedia

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